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Ottanta Botricello nel cuore

Nuovo prodotto

La nostra Botricello vista dall’alto e lambita dallo Jonio è una meraviglia. Cullate questa visione e fatela crescere nelle mani delle nuove generazioni, perché senza passato non c’è futuro!

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10,00 €

Scheda tecnica

TitoloOttanta Botricello nel cuore
AutoreFerro Massimo
ISBN978-88-6827-325-5
Pagine62
Anno2020
EdizionePrima
GenereRomanzo - Autobiografico
CollanaIl Porto
NIC154
Formato135x200 mm
CopertinaMorbida plastificata
Peso125 gr
IllustrazioniNo

Dettagli

I ricordi del luogo di origine, l’amore verso il suo paese,gli affetti, le radici e la storia personale. Quella che traspare dai racconti di Massimo è una sana nostalgia che nasce dalla rievocazione dei bei momenti del passato, dei luoghi associati a ricordi piacevoli, odori, profumi, suoni. L’autore, attraverso la sua scrittura, fa riemergere quanto di bello ha vissuto nella sua infanzia e adolescenza per condividerlo con chi insieme a lui ha respirato gli stessi anni, ma anche per raccontarlo alle nuove generazioni: che possano guardare la vita da una prospettiva diversa e positiva. IN COPERTINA © ZELFIT | DEPOSITPHOTOS.COM

Recensioni

Valutazione 
04/06/2020

Il narratore

Ho da poco letto un libricino di 80 pagine appena, con una ventina di racconti dentro: OTTANTA BOTRICELLO NEL CUORE di Massimo Ferro, La Caravella Editrice.
È l'opera prima di un narratore cinquantenne esordiente, calabrese d'origine, ma abitante con la sua splendida famiglia (Maria Rita la moglie, Giulia e Marta le piccole figlie) a Pozzallo.
Devo confessare d'aver riletto pochi giorni fa il testo, perché - per la sua prosa 'leggera', per i suoi contenuti empatici, per il 'dolce naufragare' leopardiano delle immagini, dei personaggi e delle storie proposte - offre l'humus dolceamaro di un vissuto, di uno spaccato di vita calabrese del tutto simile a quello dell'ambiente ibleo.
Alla Botricello catanzarese, sua città natia (appena 5 mila abitanti, nel Golfo di Squillace) col suo azzurro e lindo Mare, si potrebbe sostituire uno dei nostri centri rivieraschi, da Scoglitti a Plaja, da Marina di Modica a Sampieri o la splendida sua città di domicilio, Pozzallo.
Le sue pagine le leggiamo d'un fiato, i suoi personaggi, ragazzi degli anni ottanta, le vie, i campetti sportivi improvvisati, il pallone, i bar, i gelati, le granite, le parrocchie della sua Botricello, sono i nostri bar, i nostri coni-gelato da passeggio: lo stesso urlare giocoso, lo stesso ciarlare, lo stesso struscio domenicale. E poi i personaggi singolari, artigiani e pescatori con il loro banniare e vociare giornaliero, i papà e le mamme con le loro preoccupazioni, pronti a richiamare, ammonire, consigliare, raccomandare, impedire....
Insomma un mondo, quello botricellese, fotocopia del nostro.
Massimo Ferro si è arrampicato lungo i fili di ragnatela della memoria. Si è tuffato nei ricordi, ma come un artista e un poeta ha saputo far decantare la realtà, lasciando, invisibili al fondo, i residui dolorosi, amari delle cadute, delle ricadute e delle sofferenze. Ha, invece, elevato a narrazione ciò che aveva e continua ad avere funzione valoriale: l'amicizia, la solidarietà, la responsabilità genitoriale, il territorio con le sue figure di riferimento come il prete, i pescatori, il gelataio, gli artigiani; coi beni e le inenarrabili bellezze della Natura.
Non c'è pretesa letteraria nel suo scrivere, solo il bisogno di fermare per sé e per altri sulla carta (scripta manent) personaggi e ambienti e affidarli alla futura memoria, quindi alla storia personale e collettiva. Ogni racconto un quadro, come in un dipinto del realismo francese alla Goustave Courbet, ma se volete anche come nelle opere dei macchiaioli fiorentini, da Fattori a Signorini.
A leggere bene quest'operetta, sembra di risentire 'in nuce' echi dei "Ragazzi di vita" di P. P. Pasolini, perché, con una scanzonata leggerezza, Massimo Ferro racconta anche lui la giornata di giovanissimi figli di piccoloborghesi, artigiani, proletari e sottoproletari calabresi che si aprono alla vita sotto la vigile scorta morale del mondo adulto. Mossi da esigenze diverse, questi bambini, ragazzi e giovani sciamano dai vicoli, dalle vie botricellesi in un itinerario picaresco fatto di molteplici incontri, di eventi casuali, comici, giocosi.
I giovani da lui descritti alternarno generosità a egoismi, compiendo una sorta di rito iniziatico alla vita adulta.
Chissà che questo Autore, ormai innamorato della nostra Isola, presto o tardi non possa donarci ritratti a tutto tondo di luoghi della vita e della memoria iblei.

    Valutazione 
    04/06/2020

    L'Aedo, cantore di Botricello.

    Il cantore di Botricello
    Massimo Ferro, calabrese di Botricello (CZ), con questa sua opera prima “Ottanta Botricello nel cuore", un volumetto di appena una sessantina di pagine, uscito a marzo di quest’anno per le Edizioni La Caravella, con poco più di 20 racconti brevi, riesce, attraverso una scrittura emotivamente coinvolgente, a farci entrare nella dimensione narrativa della sua infanzia e fanciullezza. Una narrazione non solipsistica, autoreferenziale, ma ‘corale’ la sua, quindi narrazione che avrebbe potuto essere di tanti fra i suoi lettori.
    In lui lo strumento narrativo ha vissuto come una sorta di processo di identificazione collettivo, di immedesimazione nelle voci, nei colori, nelle immagini, nei suoni della terra che gli ha dato i natali.
    Massimo Ferro, con questi racconti, è come se avesse voluto chiudere dentro un cerchio fatato tutti i ricordi della sua infanzia, fatti di esperienze, persone, luoghi. Ha creato un cerchio magico, entro il quale i suoi compagni, coetanei bambini, ragazzi e adolescenti, ma anche padri e madri di famiglia, lavoratori soprattutto artigiani, pescatori, gelatai, baristi sopravvivono, quarant’anni dopo, in una dimensione risuscitata. E’ come se avesse messo in moto i meccanismi della memoria di cui parlavano gli antichi romani, i cosiddetti ‘loci’, i luoghi, i ‘cassetti’, il ‘palazzo della memoria’: e piano piano, con delicatezza e sicurezza ha aperto questi cassetti, questi ‘loci’, ridando vita a tutto e a tutti.
    Anche la sua scrittura è affabulante, perché intreccia, avviluppa, incastona e nello stesso tempo la memoria smatassa in parole, in righe e pagine pregnanti di antichi umori.
    Con questi pochi racconti e in questa manciata di pagine, si concretizza il cerchio magico di luce e di speranza. Scrittura facile e felice la sua. Facile perché si affida ad un registro linguistico colloquiale, quotidiano, dal tono amicale e familiare, col quale fa emergere i tratti fondamentali da ri-tratto dei suoi personaggi (Mirello, i Ranieri, Totò Ferro, Fabio, Don Enzo, Midiri, Puccio...). Felice perché ‘gioca’ costantemente sul senso e sul significato. A partire dal titolo perché, se da un lato la parola “OTTANTA" indica gli anni di riferimento dei racconti, dall’altro esso è la trasposizione sonora di “HO TANTA” riferito a quanta parte o a tutta la Botricello di quegli anni gli sia rimasta “NEL CUORE". Felice anche per il continuo uso di appellativi familiari, patronimici con i quali indica, spesso in modo indiretto, gli amici, le persone care, ma anche estranei, figure di rilievo all’interno della sua comunità. Come non appassionarsi al richiamo del ‘Biondo dal piede vellutato’, U Gattu, Tonino di Mastrovito, U Repronobbu, Mastro Nicola e altri. O ai luoghi ‘sacri’ di Queimada, Bar Centrale, Torre al Comune, La Chiusa di Don Enzo, Via Settembrini, la Forgia di Mastruturi… Un vero e proprio, come Massimo Ferro stesso li chiama, ‘Festival della Memoria’
    Questo ‘cerchio magico' creato dal narratore, diviene anche strumento di lettura di una realtà quotidiana: ‘Senza passato non c’è futuro’ afferma l’Autore nel primo dei racconti in cui descrive la ‘sua’ Botricello, o Votricèdu. I suoi personaggi vivono, pieni di colori, suoni, movimenti, parole. Sembrano che tutti ci danzino intorno. La sua scrittura è tale che non sono questi personaggi e luoghi a viverci accanto, a venirci incontro, ma siamo noi lettori che riusciamo ad entrare, in modo fortemente empatico, entro questo cerchio. Massimo Ferro fa da pifferaio: crea echi e richiami ammalianti con la finalità di ricordare a se stesso, alla sua Famiglia, a sua moglie Maria Rita ed in particolare alle figlie Giulia e Marta, ai suoi lettori, le origini, le radici antropologiche che poi ci dicono non solo chi e come siamo, ma in molti casi anche cosa vogliamo e dove andiamo.
    Si ha l’impressione, leggendo questo libro, di un Autore che reinterpreta, con profonda religiosità tutta umana, con grande rispetto per i personaggi che gli sono vissuti accanto per anni nella sua città natale, una sorta di ‘vangelo’ dell’infanzia, non apocrifo, ma autentico. Tutti i personaggi vengono fuori da quelle pagine come se fossero delle stimmate, intese però non come ferite, piaghe dolorose del cuore, piuttosto, pieghe sentimentali, affettive, emotive, che dopo anni di caratterizzazione della sua infanzia e adolescenza, ora vengono rivoltate e riprendono vita in una dimensione valoriale e morale, quasi viatico per continuare a vivere i prossimi decenni della ‘propria’ esperienza di vita.
    A chiusura di questo agile libello ci si sente come Totò-Salvatore in ‘Nuovo Cinema Paradiso’, che ritornato adulto a Giancaldo, il suo paese natio, dall’ultima fila della cadente e ormai vuota sala, senza spettatori proietta la pellicola lasciatagli da Alfredo il vecchio operatore, in cui aveva raccolto tutti gli spezzoni di ‘baci’ dei film tagliati dalla censura di don Adelfio, il parroco.
    Massimo Ferro, alla Alfredo, prima ha conservato, ora riunisce in un unico ‘documentario’ la vita di una cittadina, Botricello, che in poche pagine oggi ritrova, fortunata lei, il suo aedo cantore, semplice e sincero.

    Piergiorgio Barone

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