Raccontare senza svelare

Riflessioni sul romanzo “Senza Pari allo Specchio” di Rita Bignante

Senza Pari allo Specchio - Presentazione
Con il suo terzo romanzo Rita Bignante arriva ad un esito decisamente pregevole.
Si apprezza in particolare in esso la lingua chiara e precisa, fluida ed insieme efficace. Senza ricorrere ad astruserie e stranezze di stile (come accade a troppi autori contemporanei) la Bignante usa un linguaggio piano e comprensibile, sempre accessibile al lettore medio, ma particolarmente elegante, suasivo e musicale.

Nel suo terzo romanzo la scrittrice conferma la sua spiccata vocazione narrativa, l’utilizzo di uno stile personale e ricco di suggestione, l’abilità e la coerenza nell’inventare personaggi definiti con coerenza a livello psicologico e la sua tipica tendenza a sorprendere il lettore con svolte impreviste e radicali.

Il libro si presenta come un romanzo d’amore, impostato e costruito con suggestiva attenzione ai personaggi principali (lo scrittore fiorentino di successo Diego e la bella Sophia, ed anche a “comparse” che si riveleranno importanti (come il nonno di Sophia, o la poetessa Valeria o ancora Mattia, solido e razionale).

A questo proposito è opportuno osservare come la narrazione si svolga con la tecnica del “monologo interiore”, di evidente ispirazione proustiana (confermata anche da alcune citazioni del grande scrittore francese) e l’io narrante in tutto il romanzo, ad esclusione dell’ultimo capitolo, è proprio Sophia. Ed è questa voce femminile, che ci delinea dall’interno una figura di giovane donna che evolve nel corso della narrazione da una quasi infantile ingenuità e da un istintivo narcisismo (nutrito anche dai personaggi che la circondano, come la madre e l’amica di lei), ad una graduale maturazione psicologica, fino alla conquista di una consapevole maturità, conferisce al romanzo il carattere di un Bildungsroman, cioè di un “romanzo di formazione”, della storia di una crescita interiore che porterà la giovane donna a comprendere la differenza fra una infatuazione superficiale ed un sentimento autentico e profondo.

Il tema dell’amore è dunque fondamentale, ed è anche caratterizzato da una inattesa sorpresa da romanzo giallo, molto interessante ed efficace, ma che non riveleremo per lasciare al lettore il gusto della scoperta.

Un’altra tematica centrale di questo libro è quella della bellezza, che si presenta in alcuni aspetti fondamentali: la bellezza femminile, la bellezza del paesaggio, e la bellezza dell’arte.

Il mito delle bellezza femminile si concentra nella venustà della protagonista Sophia, e sulla sua sorprendente somiglianza con una celebre giovane donna cantata da poeti ed esaltata da artisti.
La bellezza classica di Sophia suscita l’amore, intenso e geloso, dello scrittore fiorentino Diego, che insegue la ragazza, dopo un primo incontro a Torino, attraverso luoghi diversi della Toscana ed infine a Firenze.

La bellezza del paesaggio italiano fa da sfondo alla vicenda, ed è costituito in particolare da luoghi splendidi della Toscana; dai rilievi che circondano Volterra, dalle colline presso Siena, dai dintorni che cingono di fascino le rovine di San Galgano, dalla corona di torri di Monteriggioni: lo sguardo della scrittrice accarezza e fa “vedere” al lettore le verdi colline, uniche nel loro rivestirsi di viti, olivi, cipressi e cascinali, che costituiscono un paesaggio unico nel mondo, costruito dalla natura ed insieme dalla secolare opera dell’uomo.

La bellezza artistica delle città italiane riguarda nella fase iniziale un complesso urbano caro alla scrittrice, il centro di Torino con i suoi portici, i palazzi barocchi, le piazze, i luoghi culturali ed i famosi caffè; un’altra città del Nord, descritta con attenzione, e con lo sguardo della esperta di arte e di cultura, è Bergamo, contemplata nello splendore dei monumenti medioevali e rinascimentali che illustrano la sua storia. Ma sono soprattutto le città toscane ad attirare l’attenzione della narratrice, a partire da Volterra, ove si ricorda un suggestivo film di Visconti, ambientato proprio in quella città, per passare a Monteriggioni, con la sua cinta di mura citata da Dante, e giungere a San Gimignano, nelle vie della quale, sotto l’incombere delle alte torri, Sophia incontra ancora Diego, e i due riscoprono la reciproca vigorosa e intensa, un po’ morbosa attrazione.

Interessante e originale è la struttura narrativa, cui si è già accennato: basata su una duplice focalizzazione interna, cioè sulla voce di due narratori che dicono “io”, e che sono per gran parte del libro la voce femminile, quella di Sophia, che ci offre il suo punto di vista soggettivo sulla vicenda di cui è protagonista, anche se non pienamente consapevole, sostituita nell’ultimo capitolo da una voce maschile, che chiarisce e colloca in una diversa prospettiva tutte le vicende precedenti, culminate nel coup de théâtre, a cui si è accennato.
Ovviamente la protagonista ha una posizione privilegiata, in quanto il lettore trova nel libro soprattutto la sua voce di giovane donna, consapevole degli effetti della sua bellezza provoca nei suoi interlocutori, ammiratrice delle bellezze d’Italia, pronta a subire il fascino della musica (come emerge evidente nell’episodio della Traviata al Regio di Torino) ma che è anche troppo fiduciosa negli altri, e piuttosto ingenua nell’abbandonarsi pienamente al fascino maschile.
L’altra voce narrante collabora a far comprendere lo scioglimento della vicenda e offre al lettore un punto di vista diverso…

Un aspetto che mi ha colpito, per motivazioni mie personali, e che già avevo notato nei due romanzi precedenti, è il riferimento ad aspetti gastronomici. La mia attenzione a questo aspetto è dovuta al fatto che qualche anno fa ho scritti tre saggi su cucina e letteratura: uno sul cibo in Boccaccio, un secondo sul cibo nell’Ulisse di Joyce ed un terzo sulle Cronache di Narnia di Lewis; ho imparato in quel periodo a leggere prestando attenzione all’aspetto del cibo. Avevo notato come nei libri, specie di alcuni grandi scrittori (Boccaccio e Joyce, ma lo stesso vale per Proust e per Flaubert, per Balzac e Gogol, per Virginia Woolf e Thomas Mann) sia vivo e presente il tema del cibo. E anche in questo libro (e per me è sempre un segno positivo) è presente il cibo. Si va da un semplice te alla pesca nel cap. 10, alle Crêpes del cap. 13, ai casoncelli, tipici ravioli bergamaschi (cap.16), alla torta di albicocche (cap. 17); poi si approda ad una cena completa, nel cap. 19, quella preparata da Valeria per Sophia, articolata in aperitivo (succo di mirtillo); primo: i pici, spaghetti fatti a mano; secondo: filetti di storione ai ferri, con contorno di zucchine grigliate e accompagnati da Vernaccia di San Gimignano, con retrogusto di mandorla; a concludere un sorbetto al limone. Complimenti alla cuoca!

Tornando al romanzo, si tratta di un’opera che avvince, un bel libro, uno di quelli che i lettori, ansiosi di scoprire i segreti della trama, “divorano” in fretta, e quando si avvicina la conclusione, vorrebbero che durasse di più.

a cura di: Andrea Maia