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Sinestesie dell'Io

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Un toccante viaggio a ritroso nella propria anima pensante, alla ricerca di un’intima coscienza, che non può tacere.

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Scheda tecnica

TitoloSinestesie dell'Io
AutoreCecchini Daniela
ISBN978-88-6827-191-6
Pagine86
Anno2016
EdizionePrima
GenerePoesie
CollanaIl Mare
NIC55
Formato135x200 mm
CopertinaMorbida plastificata
Peso145 gr
IllustrazioniNo

Quarta di Copertina

Un toccante viaggio a ritroso nella propria anima pensante, alla ricerca di un’intima coscienza, che non può tacere. “Gocce di tempo” e frammenti di riflessione si susseguono e confondono, in un vorticare di sensazioni nette, di sentimenti di libertà, di pulsioni irregimentabili. Rifiuto di ogni qualunquismo e integra volontà di affrontare a viso aperto e senza in ngimenti il piacere e l’amaro, la gioia e la sofferenza, che si tratti del proprio vissuto o dell’universale umano travaglio. Anelito di dolcezza e luce, ma anche composto gemito di dolore, che si fa denuncia, mai rabbia, in questa poesia coraggiosa, densa e vitale. IN COPERTINA LE STANZE DELL’ANIMA DI MASSIMO PATRONI GRIFFI [2016]

Recensioni

Valutazione 
27/08/2018

Nota di Graziano Marraffa (Presidente dell'Archivio cinematograf

Graziano Marraffa* legge
​Sinestesie dell'Io di Daniela Cecchini
Picture
Carissima Daniela,
​con autentico e ispirato piacere ho letto il tuo bellissimo libro di poesie che mi hai affettuosamente donato : profondamente ricche di significato le introduzioni e le analisi della tua persona e della tua opera, scritte a titolo di testimonianza da Giorgio Linguaglossa, Francesco Mulè e Carlo Giorgetti. Quanto alle tue "Sinestesie", tributo sinceramente in particolare ad "ARDUO SPERARE", "FUORI DALLA PALUDE", "LA PRIGIONE", "LAMPO INFINITO", "QUEL CHE RESTA", "IMPERVIO CAMMINO", "L'INCANTO DEL NATALE", "PENSIERI GEMELLI", "ETERNA MERAVIGLIA", "LA MIA PICCOLA MANO" e "NAUFRAGIO" il valore di autentici capolavori della poesia contemporanea ! Nei versi "L'anima, prigioniera del suo involucro si affanna, poi soffoca" si ravvisa la medesima intensità di significato che Pier Paolo Pasolini espresse ne "IL PIANTO DELLA SCAVATRICE" con il suo più assoluto verso poetico : "L'anima non cresce più". Ringraziandoti per il tuo solare e distinto impegno, ti saluto con un sincero abbraccio. Graziano.

    Valutazione 
    27/08/2018

    Nota di critica di Claudio Turina (Missionario laico, Scrittore)

    SINESTESIE DELL’IO DI DANIELA CECCHINI
    nota di Claudio Turina (Scrittore e Missionario laico)

    Cara Daniela, ho letto e riletto le tue poesie e, come ti ho detto nella mia ultima e-mail, ci vuole un grande ris­petto per la poetica di ogni poeta. Ti dico quello che mi è rimasto nel cuore come tua semina, senza fare riferimento a questo o quel ca­rme. I tuoi sono dei canti struggenti che mi ricordano le do­nne delle isole grec­he, ritte e con lo sguardo fisso verso il passato e il futur­o. Il presente c’è, sì, ma come viverlo?, nel ricordo o sper­ando? Daniela carissima, ti esorto a scrivere un romanzo, anche breve, se non hai tem­po da dedicare ai ra­cconti, penso che an­che tu abbia tanto da dire al mondo. Le tue poesie sono dei lampi di racconti. Un caro saluto Claudio

      Valutazione 
      27/08/2018

      Recensione di Letizia Leonardi (giornalista e scrittrice)

      SINESTESIE DELL'IO di Daniela Cecchini...Editrice La Caravella
      Recensione a cura della scrittrice e giornalista Letizia Leonardi

      In questo periodo ho abbandonato la lettura di molti libri che avevo iniziato e mi stavano anche appassionando ma il numero delle pagine a volte è un blocco quando la mente è piena di altri pensieri e quindi mi sono dedicata a un libro di poesie che mi ha regalato una mia carissima amica pensando che fosse meno impegnativo. Niente di più sbagliato. Tra queste pagine ho trovato un tesoro. Un tesoro di emozioni, di sensazioni, di stati d'animo...tutti racchiusi nei versi delle sue poesie che rispecchiano dei momenti, degli istanti di un'esistenza non certo banale. Ci sono considerazioni, pensieri messi nero su bianco corredati anche da immagini sapientemente scelte. Un libro che si deve leggere, rileggere per riflettere. Attraverso questo libro ho conosciuto ancora di più l'autrice, la sua sensibilità e la sua bellezza interiore....Di quale libro si tratta? SINESTESIE DELL'IO di Daniela Cecchini...Editrice La Caravella.

        Valutazione 
        27/08/2018

        Nota di Critica di Giorgio Linguaglossa (scrittore, poeta, saggi

        Nota di Critica di Giorgio Linguaglossa (scrittore, poeta, saggi

        Sulla poesia di Daniela Cecchini
        di Giorgio Linguaglossa (critico letterario, saggista, scrittore e poeta)

        Heidegger con la sua riflessione sull’«oblio dell’essere» ha avuto una influenza non proprio positiva sulla poesia italiana del Novecento, ben pochi tra i poeti hanno letto le pagine di Essere e tempo. I più hanno solo orecchiato dei filosofemi passati di seconda mano. Il problema dell'essere ha portato, qui da noi, alla de-fondamentalizzazione della forma-poesia; e di qui alla dismetria e alla distassia del linguaggio poetico il passo è stato breve. È avvenuto così che il Novecento ha lasciato in eredità alla poesia italiana la positivizzazione e la sproblematizzazione dei linguaggi poetici, che sono sortiti fuori come funghi, ingessati, febbricitanti, privatizzati, ionizzati da un massiccio bombardamento di poesia performativa, talqualismo e di chatpoetry, showpoetry, slampoetry. E chi più ne ha più ne metta.
        L'antologia curata da Alfonso Berardinelli e Franco Cordelli Il pubblico della poesia (1975), rivelava una nuova identità dei poeti-massa, i quali avevano in comune alcune caratteristiche: il venire "dopo" l'impegno politico e la neo-avanguardia, dopo la contestazione, dopo l'informale e il formalismo, dopo il Sessantotto.
        Si trattava, spesso genericamente, di semplice "riscoperta della poesia" dopo e contro i numerosi "processi alla poesia" istruiti precedentemente da poeti-critici o critici-poeti come Franco Fortini e Edoardo Sanguineti, per fare solo due nomi fra i più autorevoli.
        Salvo alcuni postumi, la febbre autocritica già nella seconda metà degli anni Settanta tendeva a sparire e non ricomparve più in seguito... l'idea e il mito della poesia ricominciarono a vivere una vita felice1. Si era scoperto il «privato», come si diceva allora. E con il rinnovato mito della poesia ecco farsi avanti una massa di poeti massa.
        C’è una «domanda fondamentale» che muove la poesia. È la domanda che interroga la Crisi.
        Che cos’è la Crisi? Direi che la Crisi è la modalità dominante con la quale si presenta a noi l'inautenticità del mondo moderno; la modalità con cui si manifesta in noi la difficoltà di porre la «domanda fondamentale», quella domanda che consente di aprire il campo di indagine mediante la scoperta di altre domande nascoste, soggiacenti, che stanno sotto il tegumento dei discorsi a vanvera del positivismo di questi anni. La poesia contemporanea è «la pista di pattinaggio del post-contemporaneo», una superficie piatta, unidimensionale dove tutte le scritture poetiche si assomigliano, sono interscambiabili, non delimitano un «oggetto», sono orfane, prive di «tradizione», non hanno nulla dietro di sé e, davanti, si estende la pista di pattinaggio dell’«ignoto», sono delle zattere che vanno alla deriva delle correnti del mare dell’«ignoto», senza un progetto, una idea di poetica, una idea dell’oggetto da rappresentare.
        Nel mio ultimo libro di critica (Dopo il Novecento2) ho chiamato questa situazione della poesia contemporanea italiana «La partenza degli argonauti», riferendomi alla mitica partenza degli argonauti alla ricerca del vello d’oro. Leggendo la poesia contemporanea ho sempre la sensazione di una partenza di massa verso il traguardo del successo e della visibilità. Ho la netta sensazione della scomparsa della «domanda fondamentale»: perché si scrive poesia, e per chi?; in assenza di questa domanda preliminare oggi si scrive poesia in base ad una pulsione corporale, ad un bisogno personale, ad un calcolo di visibilità, certo psicologicamente comprensibile, ma che non può dar luogo che a risultati irrilevanti. Spesso si ciarla di dimensione etica dell’estetica proprio da parte di chi insegue lo stesso obiettivo perseguito dalla razionalità del mercato e dell’etica monetaria: il successo e la visibilità. Si scrivono i libri di poesia come si scrivono i romanzi: si tende al successo, se non delle vendite almeno a quello della vetrina della visibilità.
        Sì, la «domanda fondamentale» può anche scomparire per intere epoche, per decenni o per secoli, se qualcuno non la ripesca dal mare dell’oblio: Mnemosine (la memoria) non è la madre delle Muse? E la poesia non è un prodotto delle Muse? La poesia ha il compito di porre delle «domande», altrimenti è ciarla, chiacchiera da bar dello sport o spot televisivo. Credo che queste poesie di Daniela Cecchini rispondano pienamente al quesito: «Qual è per voi la domanda fondamentale?».
        Se vogliamo, ogni poeta ha un suo peculiarissimo palato verso la lingua. E, direi che Daniela Cecchini ha uno spiccato senso delle parole consonantiche, della carnalità delle parole. Scrive Arthur Schopenhauer su “Parerga” paragrafo 298-300, «Sulla lingua e sulle parole»: «Le consonanti sono lo scheletro e le vocali sono la carne delle parole. Quello è… inalterabile, questa è assai variabile invece quanto a colore, caratteristiche e quantità. Pertanto, le parole mantengono in generale piuttosto compiutamente le loro consonanti, nonostante migrino attraverso i secoli o piuttosto da una lingua all’altra, e però cambiano facilmente le loro vocali…».
        Daniela Cecchini sceglie la linea «elegiaca» senza elegia, un verso di origine narrativa, tenta di ribaltare la linea elegiaca mettendo in scena tematiche alte: il doppio, il traslato, il simbolico senza simbolo, il simbolo senza simbolico, la de-territorializzazione dell'io e la confezione di una «poesia del negativo». Un lavoro promettente.
        Nella poesia di Daniela Cecchini l’intarsio cerimoniale delle antifone e delle assonanze scorre dentro una sostenuta partitura discorsiva, incasella figure tratte dal repertorio più vario, anche da quello della poesia civile. La versificazione è a metro libero. La tensione tra lirico e narrativo, su cui si regge questo canzoniere, è mantenuta senza concessioni al didascalico, né al patetico: gli scenari sono storici, concernono i drammi del nostro tempo; il dissidio esistenziale che ne consegue si riflette e prende evidenza dalle vicende narrate, spesso raggiungendo in chiusa di testo immagini di sintesi che non si dimenticano: «Monocromo, prezioso cammeo», «… La sabbia del tempo / scandisce / il ritmo incolore dell'esistenza. / Nello spazio privo di confini / noi, anime inadeguate...».
        La poesia della Cecchini intona così, con ansia raziocinante, il suo rosario di disincanto e dis-appartenenza, che, come per sfida s’impunta, con spietata tenerezza, sul motivo etico, sullo scatto civico. Circola in queste poesie l'amarezza e il civile risentimento per le donne conculcate dei loro diritti, per i soprusi perpetrati contro gli indifesi e i bambini, lo sdegno per le ingiustizie degli uomini, l’umiliazione per la trama di affetti negati: «La tua mano tremante e calda», con il lemma assertorio in evidenza, come in «Contiguo confine tra genio e follia».
        Alcuni degli esiti migliori si trovano in scene di crudo esterno urbano, ma anche in immagini colte al volo di luoghi e persone che potrebbero facilmente ridursi a bozzetti ed, invece, si dilatano in prove di vasta allegoria, come se lo spleen della Cecchini vi traducesse, in controluce, i quadri di un suo Baudelaire immaginario.
        Del resto, Daniela Cecchini non nasconde i propri maestri, li chiama indirettamente e velatamente in causa attraverso rimandi criptici e allusivi alla grande poesia civile di Fortini, di Caproni, di Pasolini.
        Riverberi, allusivi e anamnestici richiami, ma anche tappe autonome di una poetica personale che si dispiega con dovizia di spunti interpretativi e di riferimenti iconici. Poche pagine di poesia in cui si condensa esemplarmente la “costellazione” che presiede alle prove di più di una generazione: come un tempo si dovette attraversare Carducci, Pascoli, D’Annunzio, adesso i territori da attraversare sono soprattutto le liriche d'impegno civile dei poeti nominati e della poesia di Helle Busacca. Com’è giusto che sia.
        Ma le genealogie letterarie, alla fine, non sono di per sé garanzia di alcunché, e non è per quelle che condividiamo la poesia di Daniela Cecchini, bensì per i suoi lemuri, per il pervasivo pensiero che intensamente manifesta e per gli umori che improvvisamente svela.

        1 A. Berardinelli Casi critici Dal postmoderno alla mutazione Quodlibet 2007 p. 305
        2 G. Linguaglossa Dopo il Novecento Monitoraggio della poesia italiana contemporanea Società Editrice Fiorentina, 2013

        Giorgio Linguaglossa

          Valutazione 
          27/08/2018

          Recensione di Giusy Cafari Panico (scrittrice, critico letterari

          Recensione del libro "Sinestesie dell'io" di Daniela Cecchini
          a cura di Giusy Cafari Panico Scrittrice, Poetessa, Critico letterario

          - Il fatalismo di Proiezioni interiori, dove solo un anelito di orizzonti nuovi può essere respiro di libertà ....
          - La sfogo di Clessidra, dove è l'inesorabile sabbia a governare il tempo, il quale, vendicandosi, da fuggitivo ritorna inseguitore ....
          - Lo sconforto di Arduo sperare, dove, nel meccanicismo del quotidiano, soltanto l'ossimoro di assordanti silenzi può regalare quiete....
          - L'invocazione di Sipario strappato, dove la fuggevole dolcezza dei ricordi dovrà bastare a guidarci verso stellati confini....
          - La metafora di Vento, immagine della vita che ora accarezza come un sussurro di brezza, ora schiaffeggia lasciandoci nel buio dei tormenti....
          - Il monito di Fuori dalla palude, che esorta a disprezzare ogni incondizionata resa....
          - Il grido di liberazione racchiuso in Come un fiore e in La Prigione, dove le catene che opprimono il pensiero sono già spezzate dall'aria che apre i petali, dove le ali per sfuggire spuntano da sè quando si alimenta la vita interiore...
          - In Lampo infinito, il segno dei limiti di tutte le nostre precarie felicità, viste attraverso i tuoi occhi riflessi nel mio specchio di lacrime....
          - Il ritorno al bagliore accecante della realtà di Attimo, già un istante dopo la fine di un sensuale brivido di consapevole desiderio ....
          - Il dubbio di La maschera, dove la scelta di quella più adatta all'occasione, tra le mille facce sempre da indossare, è di per se stessa ansia ...
          - L'assenza che Di notte è resa più penosa, quando implode la mancanza di qualcuno che si ama....
          - La differenza lucidamente calcolata in Quel che resta, dove, sottratti il passato da evitare, il presente da vivere e il futuro da sperare, solo quel resta è prezioso....
          - La resistenza, pur consapevole della impari lotta, valorosamente alzata come uno scudo in Impervio cammino ...
          - L'indifferenza, l'egoismo, l'effimera apparenza che rendono l'uomo prigioniero di un ludico inganno in L'incanto del natale....
          - La folle malinconia alla base di ogni Ossessione, dove l'ambiguità in cui per questa si sprofonda, regala solo proiezioni del tuo essere, niente di più....
          - Le inesauribili illusioni di Pensieri gemelli, dove le carezze tue, prima unico respiro, possono diventare struggente eco lontana ... e, dall'altra parte, in Ti respiro, la calda e possessiva idealizzazione dell'amato, per il quale, al solo odore, l'amante annaspa confusamente ....
          - L'angosciosa speranza della luce che, nella casa senza finestre di Non c'è via di fuga, è il labirintico dedalo delle nostre delusioni...
          - Le segrete domande che ci pone un Viso di Luna ....
          - Sicurezza e dominio delle debolezze, nella vita e oltre, le doti che si cercano in un Amico ....
          - La solitudine in cui ci lascia il silenzio dell'altro, come una spiaggia vuota segnata dal limitare della marea in Il Silenzio del vento...
          - L'Eterna meraviglia, suscitata dal pensiero della madre, evocato dall'intensità di Venezia ...
          - L'inevitabile memoria di momenti perduti che in Eppure fa male, ci costringe, dopo aver voltato pagina, a tornare indietro, nonostante tutto ...
          - Il "grazie" che, in La mia piccola mano, si può dire al padre, spesso dopo tanto tempo ....
          - Il monumento eretto alla Madre: la tenerezza delle quali guida, rassicura e conforta ...
          - In Distanti, un grido soffocato come l'Urlo di Munch, per tutte le spose bambine ....
          - Un'analisi allucinante, quella che potrebbe fare un migrante in Quanto mi costa un salvagente? con la devastante conclusione (per tutte le nostre coscienze ) che non se lo può permettere ....
          - In Umanità ostaggio del male, la denuncia del lavaggio delle coscienze con la lessiva di incerte scintille di Humana Pietas ... e un tormentato addio consumato in fretta, quello che, in La memoria, restituiscono tutto l'orrore della Shoah....
          - Il furto della verità in Incolpevoli sguardi.... e il furto dell'anima perpetrato contro le Bambine soldato .... l'armonia del conoscere come Diritto negato, il peso di una stanchezza che ormai non ha più età in Innocenza venduta, ma anche il gioco, in Bambini tra le macerie, come labile traccia di speranza, che l'agonia della Siria non riesce a spegnere...
          - L'accusa vibrante di Anime mutilate, contro l'infibulazione, dove due antitetici registri, sentimento e dovere, si fondono nel tempo che taglia e ricuce....
          - Il monito racchiuso in Naufragio contro tutto ciò che rapina la mente della luce di libertà...
          -La disperazione di Viaggio di sola andata, dedicato alle vittime dei naufragi.....
          - Silenzi, per tutte le donne che non possono esprimere opinioni...
          Sinestesie, dunque contaminazioni sensoriali. Olistiche ri-creazioni estetiche fatte di percezioni ed emozioni. Intromissioni poetiche nell’insondabile universo dell'io e dei suoi impercettibili stati. Parallelismi convergenti come raggi di luce in viaggio in quella galassia di sentimenti, che provano che siamo vivi. Metonimie dello spirito invocate per ricollegare immaginazione, memoria e identità.
          Ma anche ascolto della voce sottomessa della coscienza, delle voci che salgono dal cuore della gente, delle parole dette nel mattino o nella sera della vita - secondo la speranza o lo struggimento che sempre ci accompagna - che diventano comunque preghiera da rivolgere al nostro infinito...
          Riflessioni che riaffiorano, semplici e luminose, non soltanto dai gesti di tutti i giorni, ma anche dalle rovine dell'esistenza, dopo le rinuncie, le cadute, l'angoscia dell'abbandono, la paura del male .... Emozioni che colorano la vita dell'autrice, ma forse anche la nostra ....

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            27/08/2018

            Recensione del prof. Nazario Pardini sul blog "Alla volta di Leu

            http://danielacecchini.weebly.com/nazario-pardini.html

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              08/09/2017

              Commento critico del poeta, scrittore e critico letterario Rodol

              SINESTESIE DELL’IO di Daniela CECCHINI
              Commento Critico a cura di Rodolfo Vettorello

              Daniela Cecchini è un’anima felice e appagata e la sua poesia ha lo stesso impeto, la stessa veemenza e delicatezza della sua fisicità radiosa e prorompente.
              “ Nel giocoso ondeggiare/ dei miei capelli/ avverto un impulso cha accompagna/ l’avvicendarsi dei pensieri.”
              E i suoi pensieri e i suoi versi sono come lei, generosi e comunicativi. L’immediatezza espressiva è la qualità precipua che colpisce il mio modo di sentire poetico..
              La sinestesia del suo io, lo splendido titolo della sua raccolta, allude, a mio avviso, a tutte le possibili contaminazioni del suo io, della sua sfera emozionale con le parallele e confinanti sfere sensoriali e sentimentali della natura e di tutte le sue complesse e svariate manifestazioni.
              La poesia di Daniela, così immaginifica a tratti :
              “riesco a respirare / la scia del tuo tabacco.”
              “Nell’oscurità/ ascolto il tuo silenzio/ rumoroso e immenso.”,
              trasmette proprio in virtù della richiamata sinestesia del suo io, delle associazioni espressive tra sfere sensoriali adiacenti, una sensazione a volte panica di integrazione con il mondo circostante, il cielo, il mare, le nubi, l’universo intero.
              Usa Daniela il mezzo della poesia per indagare nel proprio mondo intimo e lo fa con perizia e delicatezza.
              “I miei occhi/ riflessi nel mio specchio di lacrime.”
              ma può Daniela anche uscire da se stessa e dalle proprie sensibilità:
              “Vorrei liberarmi di questa ineluttabile sequenza.”,
              e ci riesce pienamente perché lo stesso impeto che mette in un viaggio all’interno di se stessa, lo stesso impeto piega alle sue esigenze quando deve parlare di altre vicende umane, quelle dolorose delle spose bambine, dei bambini soldati, dei trafficanti di uomini, della tortura, dell’infibulazione, della prostituzione minorile. E qui la sua voce si fa potente e a tratti tonante.
              “Tonante silenzio di anime mute.”
              “Scomoda la memoria/ per gli idioti/ che si fingono invulnerabili/ al perenne dolore/ della rievocazione”
              “I dodici anni miei/ mostrano al mondo/ il peso di una stanchezza/ che ormai non ha più età.”

              Mi preme infine una considerazione sulla poesia di Daniela dal punto di vista di un critico esigente, a volte maniacale, per quanto attiene alla forma e allo stile.
              Esiste la poesia perfetta e rigorosa e appartiene per lo più al passato e ai passatisti ed esiste la poesia del “verso libero” ed è quella di quasi tutta la poesia del novecento dove la frase poetica è sempre un “verso” per quantità sillabica e per le coerenti accentuazioni ma è frase libera per ciò che riguarda la rima e la negazione dell’isosillabismo.
              Anche questa in fondo è poesia del passato anche se di un passato recente e per molti moltissimi è ancora poesia attuale di riferimento.
              C’è infine la poesia del “metro libero”, poesia dove la frase poetica non è obbligatoriamente un verso, né per quantità di sillabe né per accentuazioni, ma è un’espressione libera ed efficace dove l’efficacia deriva solo dalla perizia dell’autore.
              La considerazione importante è che la cura del verso, libero o meno, di per sé porta solo a una corretta “versificazione”; il salto qualitativo che possa renderlo “poesia” è di là da venire ed attiene solo ai contenuti e quindi all’ispirazione vera e e alla capacità espressiva dell’autore.
              Per altra strada il “metro libero” apre invece la porta a tante possibili mistificazioni e a quella che chiamo “poesia dell’andare a capo” intendendo quella serie di frasi, più o meno poetiche, che vengono arbitrariamente frammentate per creare un’apparenza di poesia. In questo ambito è arduo per un profano avvedersi dell’inganno, inganno che salta all’occhio a chi abbia un buon bagaglio di letture poetiche assimilate e amate.

              Un troppo lungo preambolo per dire che però è sempre possibile individuare anche nella poesia più libera e immediata la tensione emotiva e la capacità di provare e trasmettere emozioni che è solo della poesia vera.
              La poesia di Daniela si colloca in questo ambito con pieno diritto. La sua scrittura denuncia frequentazioni colte e l’aver assimilato la lezione della poesia del novecento senza soggiacere a regole castranti e asfissianti. Le sue modalità espressive sono adeguate, misurate e efficaci per trasmettere emozione poetica e questo fa si che la sua sia realmente parola poetica di fascino e di autorevolezza. Personalmente non ho niente di più da chiedere a chi, come lei, possieda per sensibilità e studio gli strumenti della poesia di questo nostro tempo.

              Rodolfo Vettorello

                Valutazione 
                08/09/2017

                Commento critico del poeta, scrittore e critico letterario Rodol

                SINESTESIE DELL’IO di Daniela CECCHINI
                Commento Critico a cura di Rodolfo Vettorello

                Daniela Cecchini è un’anima felice e appagata e la sua poesia ha lo stesso impeto, la stessa veemenza e delicatezza della sua fisicità radiosa e prorompente.
                “ Nel giocoso ondeggiare/ dei miei capelli/ avverto un impulso cha accompagna/ l’avvicendarsi dei pensieri.”
                E i suoi pensieri e i suoi versi sono come lei, generosi e comunicativi. L’immediatezza espressiva è la qualità precipua che colpisce il mio modo di sentire poetico..
                La sinestesia del suo io, lo splendido titolo della sua raccolta, allude, a mio avviso, a tutte le possibili contaminazioni del suo io, della sua sfera emozionale con le parallele e confinanti sfere sensoriali e sentimentali della natura e di tutte le sue complesse e svariate manifestazioni.
                La poesia di Daniela, così immaginifica a tratti :
                “riesco a respirare / la scia del tuo tabacco.”
                “Nell’oscurità/ ascolto il tuo silenzio/ rumoroso e immenso.”,
                trasmette proprio in virtù della richiamata sinestesia del suo io, delle associazioni espressive tra sfere sensoriali adiacenti, una sensazione a volte panica di integrazione con il mondo circostante, il cielo, il mare, le nubi, l’universo intero.
                Usa Daniela il mezzo della poesia per indagare nel proprio mondo intimo e lo fa con perizia e delicatezza.
                “I miei occhi/ riflessi nel mio specchio di lacrime.”
                ma può Daniela anche uscire da se stessa e dalle proprie sensibilità:
                “Vorrei liberarmi di questa ineluttabile sequenza.”,
                e ci riesce pienamente perché lo stesso impeto che mette in un viaggio all’interno di se stessa, lo stesso impeto piega alle sue esigenze quando deve parlare di altre vicende umane, quelle dolorose delle spose bambine, dei bambini soldati, dei trafficanti di uomini, della tortura, dell’infibulazione, della prostituzione minorile. E qui la sua voce si fa potente e a tratti tonante.
                “Tonante silenzio di anime mute.”
                “Scomoda la memoria/ per gli idioti/ che si fingono invulnerabili/ al perenne dolore/ della rievocazione”
                “I dodici anni miei/ mostrano al mondo/ il peso di una stanchezza/ che ormai non ha più età.”

                Mi preme infine una considerazione sulla poesia di Daniela dal punto di vista di un critico esigente, a volte maniacale, per quanto attiene alla forma e allo stile.
                Esiste la poesia perfetta e rigorosa e appartiene per lo più al passato e ai passatisti ed esiste la poesia del “verso libero” ed è quella di quasi tutta la poesia del novecento dove la frase poetica è sempre un “verso” per quantità sillabica e per le coerenti accentuazioni ma è frase libera per ciò che riguarda la rima e la negazione dell’isosillabismo.
                Anche questa in fondo è poesia del passato anche se di un passato recente e per molti moltissimi è ancora poesia attuale di riferimento.
                C’è infine la poesia del “metro libero”, poesia dove la frase poetica non è obbligatoriamente un verso, né per quantità di sillabe né per accentuazioni, ma è un’espressione libera ed efficace dove l’efficacia deriva solo dalla perizia dell’autore.
                La considerazione importante è che la cura del verso, libero o meno, di per sé porta solo a una corretta “versificazione”; il salto qualitativo che possa renderlo “poesia” è di là da venire ed attiene solo ai contenuti e quindi all’ispirazione vera e e alla capacità espressiva dell’autore.
                Per altra strada il “metro libero” apre invece la porta a tante possibili mistificazioni e a quella che chiamo “poesia dell’andare a capo” intendendo quella serie di frasi, più o meno poetiche, che vengono arbitrariamente frammentate per creare un’apparenza di poesia. In questo ambito è arduo per un profano avvedersi dell’inganno, inganno che salta all’occhio a chi abbia un buon bagaglio di letture poetiche assimilate e amate.

                Un troppo lungo preambolo per dire che però è sempre possibile individuare anche nella poesia più libera e immediata la tensione emotiva e la capacità di provare e trasmettere emozioni che è solo della poesia vera.
                La poesia di Daniela si colloca in questo ambito con pieno diritto. La sua scrittura denuncia frequentazioni colte e l’aver assimilato la lezione della poesia del novecento senza soggiacere a regole castranti e asfissianti. Le sue modalità espressive sono adeguate, misurate e efficaci per trasmettere emozione poetica e questo fa si che la sua sia realmente parola poetica di fascino e di autorevolezza. Personalmente non ho niente di più da chiedere a chi, come lei, possieda per sensibilità e studio gli strumenti della poesia di questo nostro tempo.

                Rodolfo Vettorello

                  Valutazione 
                  08/09/2017

                  Nota di Critica di Giorgio Linguaglossa (scrittore, poeta, saggi

                  Sulla poesia di Daniela Cecchini
                  di Giorgio Linguaglossa (critico letterario, saggista, scrittore e poeta)

                  Heidegger con la sua riflessione sull’«oblio dell’essere» ha avuto una influenza non proprio positiva sulla poesia italiana del Novecento, ben pochi tra i poeti hanno letto le pagine di Essere e tempo. I più hanno solo orecchiato dei filosofemi passati di seconda mano. Il problema dell'essere ha portato, qui da noi, alla de-fondamentalizzazione della forma-poesia; e di qui alla dismetria e alla distassia del linguaggio poetico il passo è stato breve. È avvenuto così che il Novecento ha lasciato in eredità alla poesia italiana la positivizzazione e la sproblematizzazione dei linguaggi poetici, che sono sortiti fuori come funghi, ingessati, febbricitanti, privatizzati, ionizzati da un massiccio bombardamento di poesia performativa, talqualismo e di chatpoetry, showpoetry, slampoetry. E chi più ne ha più ne metta.
                  L'antologia curata da Alfonso Berardinelli e Franco Cordelli Il pubblico della poesia (1975), rivelava una nuova identità dei poeti-massa, i quali avevano in comune alcune caratteristiche: il venire "dopo" l'impegno politico e la neo-avanguardia, dopo la contestazione, dopo l'informale e il formalismo, dopo il Sessantotto.
                  Si trattava, spesso genericamente, di semplice "riscoperta della poesia" dopo e contro i numerosi "processi alla poesia" istruiti precedentemente da poeti-critici o critici-poeti come Franco Fortini e Edoardo Sanguineti, per fare solo due nomi fra i più autorevoli.
                  Salvo alcuni postumi, la febbre autocritica già nella seconda metà degli anni Settanta tendeva a sparire e non ricomparve più in seguito... l'idea e il mito della poesia ricominciarono a vivere una vita felice1. Si era scoperto il «privato», come si diceva allora. E con il rinnovato mito della poesia ecco farsi avanti una massa di poeti massa.
                  C’è una «domanda fondamentale» che muove la poesia. È la domanda che interroga la Crisi.
                  Che cos’è la Crisi? Direi che la Crisi è la modalità dominante con la quale si presenta a noi l'inautenticità del mondo moderno; la modalità con cui si manifesta in noi la difficoltà di porre la «domanda fondamentale», quella domanda che consente di aprire il campo di indagine mediante la scoperta di altre domande nascoste, soggiacenti, che stanno sotto il tegumento dei discorsi a vanvera del positivismo di questi anni. La poesia contemporanea è «la pista di pattinaggio del post-contemporaneo», una superficie piatta, unidimensionale dove tutte le scritture poetiche si assomigliano, sono interscambiabili, non delimitano un «oggetto», sono orfane, prive di «tradizione», non hanno nulla dietro di sé e, davanti, si estende la pista di pattinaggio dell’«ignoto», sono delle zattere che vanno alla deriva delle correnti del mare dell’«ignoto», senza un progetto, una idea di poetica, una idea dell’oggetto da rappresentare.
                  Nel mio ultimo libro di critica (Dopo il Novecento2) ho chiamato questa situazione della poesia contemporanea italiana «La partenza degli argonauti», riferendomi alla mitica partenza degli argonauti alla ricerca del vello d’oro. Leggendo la poesia contemporanea ho sempre la sensazione di una partenza di massa verso il traguardo del successo e della visibilità. Ho la netta sensazione della scomparsa della «domanda fondamentale»: perché si scrive poesia, e per chi?; in assenza di questa domanda preliminare oggi si scrive poesia in base ad una pulsione corporale, ad un bisogno personale, ad un calcolo di visibilità, certo psicologicamente comprensibile, ma che non può dar luogo che a risultati irrilevanti. Spesso si ciarla di dimensione etica dell’estetica proprio da parte di chi insegue lo stesso obiettivo perseguito dalla razionalità del mercato e dell’etica monetaria: il successo e la visibilità. Si scrivono i libri di poesia come si scrivono i romanzi: si tende al successo, se non delle vendite almeno a quello della vetrina della visibilità.
                  Sì, la «domanda fondamentale» può anche scomparire per intere epoche, per decenni o per secoli, se qualcuno non la ripesca dal mare dell’oblio: Mnemosine (la memoria) non è la madre delle Muse? E la poesia non è un prodotto delle Muse? La poesia ha il compito di porre delle «domande», altrimenti è ciarla, chiacchiera da bar dello sport o spot televisivo. Credo che queste poesie di Daniela Cecchini rispondano pienamente al quesito: «Qual è per voi la domanda fondamentale?».
                  Se vogliamo, ogni poeta ha un suo peculiarissimo palato verso la lingua. E, direi che Daniela Cecchini ha uno spiccato senso delle parole consonantiche, della carnalità delle parole. Scrive Arthur Schopenhauer su “Parerga” paragrafo 298-300, «Sulla lingua e sulle parole»: «Le consonanti sono lo scheletro e le vocali sono la carne delle parole. Quello è… inalterabile, questa è assai variabile invece quanto a colore, caratteristiche e quantità. Pertanto, le parole mantengono in generale piuttosto compiutamente le loro consonanti, nonostante migrino attraverso i secoli o piuttosto da una lingua all’altra, e però cambiano facilmente le loro vocali…».
                  Daniela Cecchini sceglie la linea «elegiaca» senza elegia, un verso di origine narrativa, tenta di ribaltare la linea elegiaca mettendo in scena tematiche alte: il doppio, il traslato, il simbolico senza simbolo, il simbolo senza simbolico, la de-territorializzazione dell'io e la confezione di una «poesia del negativo». Un lavoro promettente.
                  Nella poesia di Daniela Cecchini l’intarsio cerimoniale delle antifone e delle assonanze scorre dentro una sostenuta partitura discorsiva, incasella figure tratte dal repertorio più vario, anche da quello della poesia civile. La versificazione è a metro libero. La tensione tra lirico e narrativo, su cui si regge questo canzoniere, è mantenuta senza concessioni al didascalico, né al patetico: gli scenari sono storici, concernono i drammi del nostro tempo; il dissidio esistenziale che ne consegue si riflette e prende evidenza dalle vicende narrate, spesso raggiungendo in chiusa di testo immagini di sintesi che non si dimenticano: «Monocromo, prezioso cammeo», «… La sabbia del tempo / scandisce / il ritmo incolore dell'esistenza. / Nello spazio privo di confini / noi, anime inadeguate...».
                  La poesia della Cecchini intona così, con ansia raziocinante, il suo rosario di disincanto e dis-appartenenza, che, come per sfida s’impunta, con spietata tenerezza, sul motivo etico, sullo scatto civico. Circola in queste poesie l'amarezza e il civile risentimento per le donne conculcate dei loro diritti, per i soprusi perpetrati contro gli indifesi e i bambini, lo sdegno per le ingiustizie degli uomini, l’umiliazione per la trama di affetti negati: «La tua mano tremante e calda», con il lemma assertorio in evidenza, come in «Contiguo confine tra genio e follia».
                  Alcuni degli esiti migliori si trovano in scene di crudo esterno urbano, ma anche in immagini colte al volo di luoghi e persone che potrebbero facilmente ridursi a bozzetti ed, invece, si dilatano in prove di vasta allegoria, come se lo spleen della Cecchini vi traducesse, in controluce, i quadri di un suo Baudelaire immaginario.
                  Del resto, Daniela Cecchini non nasconde i propri maestri, li chiama indirettamente e velatamente in causa attraverso rimandi criptici e allusivi alla grande poesia civile di Fortini, di Caproni, di Pasolini.
                  Riverberi, allusivi e anamnestici richiami, ma anche tappe autonome di una poetica personale che si dispiega con dovizia di spunti interpretativi e di riferimenti iconici. Poche pagine di poesia in cui si condensa esemplarmente la “costellazione” che presiede alle prove di più di una generazione: come un tempo si dovette attraversare Carducci, Pascoli, D’Annunzio, adesso i territori da attraversare sono soprattutto le liriche d'impegno civile dei poeti nominati e della poesia di Helle Busacca. Com’è giusto che sia.
                  Ma le genealogie letterarie, alla fine, non sono di per sé garanzia di alcunché, e non è per quelle che condividiamo la poesia di Daniela Cecchini, bensì per i suoi lemuri, per il pervasivo pensiero che intensamente manifesta e per gli umori che improvvisamente svela.

                  1 A. Berardinelli Casi critici Dal postmoderno alla mutazione Quodlibet 2007 p. 305
                  2 G. Linguaglossa Dopo il Novecento Monitoraggio della poesia italiana contemporanea Società Editrice Fiorentina, 2013

                  Giorgio Linguaglossa

                    Valutazione 
                    25/07/2017

                    Recensione di Pinuccio Stea (poeta e scrittore)

                    Daniela Cecchini, Sinestesie dell'io (La Caravella Editrice, 2016)
                    Con una nota critica di Giuseppe Stea
                    Carissima Daniela, ho letto il tuo libro; anzi l'ho riletto. Nella prima lettura ho immediatamente colto tante sensazioni, ed ho voluto quindi "metterle a verifica". Ebbene, dalla seconda lettura, ho avuto la conferma (almeno, dal mio punto di vista): le tue poesie mi hanno toccato corde sensibili, che mettono in moto anche molti dei miei scritti: il tempo che passa inesorabilmente, con quel senso di malinconia e anche di rimpianto, che ti si insinua dentro lentamente, ma inesorabilmente; la voglia di non farsene travolgere e continuare a guardare avanti con tenacia, come quando nuoti controcorrente e nel momento in cui vorresti lasciarti andare dove la corrente ti porta, ritrovi le energie per nuotare verso dove tu vuoi e non dove la corrente ti vuol portare; nella piena consapevolezza della complessità della vita. Non so se queste mie sensazioni sono corrispondenti a quanto tu volevi esprimere; ma il bello della Poesia è proprio quello di "adattarsi" alle pieghe dell'anima di chi le legge.
                    Pinuccio Stea

                      Valutazione 
                      25/07/2017

                      Recensione di Donatella Giancaspero (poetessa e scrittrice)

                      Daniela Cecchini, Sinestesie dell'io (La Caravella Editrice, 2016)
                      Con una nota critica di Donatella Costantina Giancaspero

                      Nella sua silloge, "Sinestesie dell’io" (La Caravella Editrice, 2016), Daniela Cecchini compie una personalissima operazione letteraria, che taglia tangenzialmente il «genere» poetico in un «ibrido» oscillante tra narrazione, canto e strepito di strada. È un lavoro denso, questo, che trova la sua ragione espressiva nell’impiego di un frasario iperrealista, di un parlato popolato da efficaci idiomatismi: da essi traggono forza le immagini, ora stratificate e convulse, nel rappresentare la realtà e il suo volto spietato, ora sfumate di sentimento, sospese alla fragilità di un sogno, all’emozione di un ricordo nostalgico.
                      Tutta inscritta in un codice cantabile, quella della Cecchini è un esempio di poesia moderna: libera da sovrastrutture, scevra da intellettualistiche architetture, essa, dunque, si muove a salpare verso le isole dell’utopia della comunicazione immediata, seguendo le coordinate di un contesto segnico chiaro e immediato, incentrato sull’io lirico. Questa è la connotazione reale e sincera del libro di Daniela Cecchini, poiché in esso, come dichiara apertamente il titolo, prevale appunto l’Io: quello dell’autrice e quello dell’Uomo contemporaneo; in ogni caso l’Io, con tutte le sue "sinestesie", ovvero con tutto ciò che di contraddittorio, di conflittuale, di tragico abita il suo animo.

                      ***
                      Lampo infinito
                      I tuoi occhi
                      riflessi nel mio specchio di lacrime.
                      Vorrei fermare questo lampo infinito,
                      stigmatizzare fuggevoli certezze.
                      Viaggio improbabile
                      il nostro.
                      Opposte sensazioni pervadono
                      la mia immaginazione.
                      La sabbia del tempo
                      scandisce
                      il ritmo incolore dell’esistenza
                      Nello spazio privo di confini,
                      noi, anime inadeguate,
                      mostriamo nudi i nostri limiti.
                      Vereconda ricerca
                      di precaria felicità:
                      ingannevoli gratificazioni
                      frettolose svaniscono.
                      Ascolto i silenzi del tempo,
                      disattese ormai le aspettative.
                      Vaghi pensieri mi implorano,
                      sordo dolore
                      di mancate risposte.
                      Ma la coscienza dei mutamenti
                      del tempo
                      mi obbliga, comunque, a proseguire
                      l’incerto cammino.
                      ***
                      Clessidra
                      Clessidra implacabile
                      avrei voglia di frantumarti…
                      Minuscoli granelli di sabbia
                      cadenzano il mio tempo, disperso nell’aria.
                      Vorrei liberarmi di questa ineluttabile sequenza.
                      Ti inseguo, mi affanno
                      per poi soggiacere.
                      La velocità del dolore
                      è insuperabile.
                      Ma, forse, è il tempo che insegue me,
                      nell’infinita corsa a ostacoli.
                      ***
                      Bambini tra le macerie
                      Occhi ingenui,
                      sofferenza taciuta.
                      Siria agonizzante, cumuli di macerie.
                      Oblio proditorio archivia memoria,
                      consegna ai carnefici
                      la vittoria del silenzio.
                      Fra rivoli di liquame
                      bambini inventano un gioco,
                      labile traccia di speranza.
                      Impronte emozionali
                      echeggiano, si rincorrono,
                      inciampano.
                      L’aria, pervasa di orrore,
                      sembra non sfiorarli.
                      Così sembra.
                      ***
                      Diritto negato
                      (a Malala Yousafzai per il diritto all’istruzione)
                      Come ogni giorno, ritorno da scuola
                      nel pullman stracolmo di occhi penetranti,
                      che infondono timore.
                      Sotto le nostre lunghe vesti
                      le preziose fonti del sapere:
                      inconfessato segreto.
                      Corale sguardo abbassato,
                      anelito insperato, ascoso.
                      L’irrefrenabile sete di cultura
                      echeggia peccaminosa.
                      Diritto negato,
                      foriero di esecrabile violenza…
                      quella fisica minore.
                      Recondito afflato di sapere,
                      unico plausibile cammino
                      rotto da mano impietosa,
                      che ora mi aggredisce
                      e trasfigura il volto mio,
                      ma nulla può sulla ragione.
                      Non oso concepire
                      un universo espropriato
                      dall’armonia del conoscere:
                      linfa vitale per l’intelletto.
                      ***
                      Umanità ostaggio del male
                      (In memoria della Shoah)
                      Umanità, ostaggio del male.
                      Occulta orrore, per poi restituirlo:
                      impietosa replica.
                      Sterile spirale
                      dell’infinita cronaca di vita.
                      Torbide anime
                      cercano assoluzione
                      nel tormento dei rimorsi.
                      Troppe storie taciute,
                      dimenticate.
                      La memoria, rapida, si dissolve.
                      Nessuna lezione
                      dal cruento passato.
                      Candido sangue
                      dell’olocausto offeso,
                      ove specchi riflettono
                      il medesimo flagello.
                      Mentre noi,
                      protagonisti delle nostre miserie,
                      laviamo la coscienza
                      con incerte scintille
                      di Humana Pietas.
                      ***

                        Valutazione 
                        25/07/2017

                        Recensione di Patrizia Casella (operatrice culturale)

                        “Sinestesie dell’Io” di Daniela Cecchini
                        ​RECENSIONE A CURA DI PATRIZIA CASELLA

                        ​Per avere grandi poeti ci vuole anche un grande pubblico, diceva Walt Whitman e io del grande pubblico non faccio parte che dell'ultima fila e scrivere due parole per una raccolta di poesie, mi fa sentire inadatta, ma certamente non m'impedisce, dal mio piccolissimo posto, di esprimere il mio modesto parere, senza collocarmi al pari delle penne autorevole che mi hanno preceduta. Amo la poesia che considero l'istinto dell'anima, dove ognuno può rispecchiarsi e con poche parole descrivere se stesso, la sua vita, il mondo circostante e le relative emozioni. Ed io, allo stesso modo, cavalcherò sull'onda dell'istinto delle mie sensazioni, come feci in passato e per altre occasioni.
                        Degli amici poeti e scrittori, ho conosciuto, attraverso la loro arte, quel tanto che basta per un realistico approfondimento. Anche dell'amica Daniela, con il suo libro che ha fatto da tramite, ho potuto scoprire quella parte interiore e nascosta che solo la poesia riesce a tirar fuori e a mostrare con sincerità, restando così fedele al suo ruolo di raccoglitore di fragilità, emotività e comunicazione in versi.
                        La sinestesia è la fusione nell'unica sfera sensoriale dell'io, delle varie percezioni catturate dal mondo circostante e fatte proprie, amalgamandole con quegli ingredienti necessari che servono a dare consistenza a quell'insieme fatto di pathos e di quella passione che solo un animo sensibile riesce a generare.
                        Poesie sofferte, con tratti di profonda partecipazione alle problematiche sociali, struggenti ed umane che colpiscono il lettore e lo commuovono. Come è successo a me, leggendone alcune che ho preferito ad altre, proprio per analogie di pensiero e per quei tratti caratterialmente condivisibili.
                        La nota lampante è che tanto amore sprigiona da queste poesie, amore sofferto, soffuso di rimpianto, da dove traspare la delusione, ma anche la tenacia di non abbandonare l'obiettiva meta. Non a caso, a preambolo della silloge, impera una frase di Seneca "Magis gauderes quod habueras, quam moereres quod amiseras
                        E' meglio avere amato e perso che non avere mai amato.
                        Credo che in questo si racchiuda l'anima fertile dell'autrice e l'invito ad emularne la sua ammaliante formazione.
                        Cito una delle mie preferite "Il sipario strappato"
                        Lisi brandelli di vita: sipario strappato, contiguo confine tra genio e follia. Protese braccia invocano speranza....
                        oppure, ancor più intensa "La memoria" per ricordare i crimini contro l'umanità.
                        "scomoda la memoria per gli idioti che si fingono invulnerabili al perenne dolore della rievocazione...."
                        o anche "Bambini tra le macerie" dedicata alle vittime innocenti della Siria...
                        Insomma, non perdetevi questa lettura, non fatevi mancare questi preziosi spunti di riflessione...a volte ci vuole uno sprone letterario, per stabilire un punto di partenza.
                        Grazie a Daniela Cecchini, poetessa, giornalista, ma, per me, soprattutto amica!

                          Valutazione 
                          25/07/2017

                          Recensione di Elisabetta Bagli (poetessa, scrittrice)

                          Recensione a “Sinestesie dell’Io” di Daniela Cecchini
                          fonte: VOCILETTERARIE

                          A cura di Elisabetta Bagli

                          I versi di Daniela Cecchini, che ci accompagnano in questa sua prima silloge dal titolo “Sinestesie dell’Io”, sono un invito alla riflessione sul mondo in cui viviamo, troppo spesso dilaniato e martoriato, nel quale la brutalità delle azioni viene coperta, a volte, da quel velo di omertà che può dissolversi solo tramite la denuncia, eseguita anche attraverso l’arte e la poesia, proprio come fa la scrittrice.
                          I versi di Daniela Cecchini sono un canto scritto, sorto con il fine ultimo di essere “toccato” con mano dai lettori, evoncando proprio il concetto sinestetico del titolo, di quell’Io che scatena sensazioni differenti nello stesso atto percettivo, di quell’Io che altri non è che l’uomo in ogni sua sfumatura, fatto di emozione e sfida, fatto di carne, ossa e anima.
                          Il tono della silloge “Sinestesie dell’Io”, nonostante la profondità delle tematiche che costituiscono un vero e proprio viaggio attraverso l’uomo – il rifugiato, il povero, le spose bambine (“Bambine soldato”, “Incolpevoli sguardi”, “Umanità ostaggio del male”, “Distanti”…), l’innamorata delusa o ancora speranzosa nel futuro, la donna che si ricorda bambina (“Proiezioni interiori”, “Arduo sperare”, “Come un fiore”, “Eterna meraviglia”, “La mia piccola mano”…) – è sempre diretto, si arricchisce solo delle esternazioni responsabili della poetessa che ci portano a respirare la sua nuda coscienza, mostrandocela in tutta la sua energica personalità, scevra di maschere (“La maschera”).

                          Per questo posso affermare che la poesia per Daniela Cecchini è essenzialmente strumento vitale: la poesia deve essere limpida e onesta innanzitutto per lei stessa, ancor prima che per il lettore, ancor prima che questi possa apporre le sue personali interpretazioni ai versi che sta leggendo.

                          La disperazione e l’agonia soffiano, a volte lievi e a volte con sdegno, amplificando quel lirismo profondamente radicato nel sentire della poetessa, testimone del suo compromesso etico-sociale nel difficile tempo in cui ci troviamo a vivere. Impresa questa che potrebbe risultare ostica qualora il linguaggio usato non fosse agevole e snello come quello adoperato da Daniela Cecchini che grazie alla forza delle parole e delle immagini dona agilità alla lettura delle sue liriche.

                          Daniela Cecchini ha scritto queste poesie perché rifiuta la violenza in ogni sua accezione, perché respinge l’impunità, perché “Sinestesie dell’Io” potesse essere una silloge umana, una silloge nella quale fosse protagonista l’Uomo fuso con il mondo in cui vive, in modo tale da non farlo sentire estraneo nello stesso, ma che sia sempre più parte integrante e attiva della società, facendogli recuperare la dignità e la giustizia che gli sono consone:

                          “Silenzi”
                          Tonante silenzio di anime mute
                          sempre più forte avverto.
                          Lo stesso ereditato
                          da chi nasce madre,
                          come me

                          Coraggio che non ci appartiene,
                          per uccisa dignità.

                          Le liriche di Daniela Cecchini non sono solo densità e coraggio di esporre le proprie idee in relazione al mondo, ma sono anche anelito e speranza d’amore, dolce nostalgia per un recente passato, per quei ricordi che l’aiutano a spaziare nel suo Io pieno di colori, profumi e suoni che le conferiscono la piena consapevolezza di Essere. A tal proposito posso affermare che alcune delle sue poesie sono scritte in un crescendo di Luce che rende lieve e unico il suo respiro poetico, capace di generare vitalità e calore:

                          “Non c’e via di fuga”
                          Un dedalo di implosioni
                          dilanianti,
                          ma necessarie
                          per sperare nella luce

                          “Vento”
                          Ti accolgo e mi sfiori
                          anelito di carezza
                          quando torni sussurro di brezza

                          "Proiezioni interiori”
                          Sereni colori di una veloce alba,
                          confusi confini con l’inafferrabile mare,
                          specchio di proiezioni interiori

                          Anche la scelta dell’incisiva opera dell’artista Massimo Patroni Griffi “Le stanze dell’anima” per la copertina della sua prima silloge è indicativa della necessità di Daniela Cecchini di voler cercare quella percezione sinestetica con il proprio Io che si snoda durante la lettura delle tante sfumature dell’essere umano descritto nei suoi versi. È un libro da scoprire per scoprire se stessi.

                            Valutazione 
                            25/07/2017

                            Recensione di Rosanna Cracco (poetessa e scrittrice)

                            “Sinestesie dell’Io” di Daniela Cecchini
                            ​RECENSIONE A CURA DI ROSANNA CRACCO

                            La poesia sa abbracciare e questa volta l’abbraccio tenero e insieme determinato viene da Daniela Cecchini con il testo di liriche “Sinestesie dell’io”(La Caravella Editrice), dedicato alla figlia Alexia Giada. Un segnalare strano il mio, per nulla consueto da parte della voce critica, tuttavia mi alletta da subito sottolineare ciò che istintivamente ho colto dalla lettura della silloge: l’artista dallo scatto civico, ma al contempo dai lineamenti interiori, familiari, intimi e valoriali che tutto pervadono nel continuum della vita. E insieme la citazione respirata da Seneca “ Magis gauderes quod habueras, quam moereres quod amiseras” nella prima parte, o da Agostino d’Ippona nella seconda parte “noli foras ire, in te ipsum redi, in interiore homine habitat veritas” : godere dell’amore sempre e trovare la verità nell’intimo umano.
                            Sembrano particolari lievi, ma per me, pervasa come sono da bisogni emozionali e valoriali, sono quelle scelte invisibili che in realtà già disegnano e colorano il paesaggio della scrittura. Proiezioni interiori, sguardo al vicino e lontano, universale sentire, sensibilità, eticità, spiritualità, il tutto permeato dal mite fluire della cultura classica che diventa insieme forma e contenuto, autenticità e nello stesso tempo aspirazione-relazione, passione e insieme pacatezza.

                            Già il titolo uno svelare di segreti ed emozioni che vanno di pari passo con la vita. “Sinestesia dell’io”. La ricchezza linguistica del gr. sýn «con, assieme» e aisthánomai «percepisco, comprendo» sottende un capire insieme delicatamente, con sfere sensoriali diverse, la tela del quotidiano dove pelle e animo corrono di pari passo con lievità e leggerezza, ma anche con forza e saggezza. Ogni poesia un piede messo davanti all’altro: un camminare consapevole sul filo della vita, con la sincerità autentica dei sentimenti.
                            I diversi piani sensoriali si raccolgono in un io capace di avvertire la sacralità della vita nelle sue diverse espansioni: il senso dei ricordi, luce e materia umana, dolore e bisogni, la verità essenziale delle cose e del vissuto e la proiezione al bisogno presente, quale spunto per il futuro. Così Daniela Cecchini associa sentimenti e suoni, confrontando gusti, colori e vibrazioni, quasi toccando e accarezzando con tutti i sensi la vita sua e quella degli altri!
                            Il procedimento retorico della sinestesia, dunque, diviene simbolo della coagulazione dei diversi segmenti della vita: una fusione dei dissidi esistenziali colti attraverso i sensi distinti dell’animo.
                            Accostamenti ed esperienze, inconciliabili dal punto di vista sensoriale, diventano compatibili perché i sensi sentono e portano all’anima il loro messaggio. Contaminazioni sensoriali che non avvengono mai a senso unico e che si trasformano in sinestesie concettuali: dalla sinestesia dell'inducer percettivo al concurrent prodotto dal pensare.

                            Eccola la vita della nostra Daniela Cecchini dipanarsi tra i versi, tra segreti svelati, riflessioni, cose quotidiane e cose smisurate, consapevolezze personali e collettive che vanno di pari passo con le esternazioni del mondo.
                            Un atto di onestà con se stessa questa raccolta: mettere su carta è ammettere che tutto è successo davvero e ciò che siamo ora è il sunto del passato, vivibile nel presente.
                            Poesie dunque, le sue, che si nutrono di passato e di presente: nel retrogusto della memoria l’occhio al passato dà voce a emozioni nascoste, quasi sommerse nelle urgenze del presente che, riscoperte, ricordano la propria storia, piena soprattutto di bisogno. Quel bisogno che nasce solo dopo un percorso doloroso: il bisogno di svuotarsi, riconoscersi e poi riempirsi di nuovo. E rimettersi a nuovo di speranza e di credo in un mondo che ha bisogno di riconoscere la sua umanità. Così affermano chiaramente alcuni versi del testo poetico “Non c’è via di fuga”: : “Un dedalo di implosioni/ dilanianti,/ ma necessarie/ per sperare nella luce”.

                            I testi, quasi tutti legati tra loro da alcuni costanti fili conduttori, pur nel tessuto ricco che vive di più intrecci, diventano laboratorio di una narrazione intima e necessaria dove il concetto di ferita, parte insita del vivibile, diviene una possibilità prima di accettazione e poi di trasformazione, di crescita. E il pensiero quasi fisico diventa il luogo di questo manifestarsi, in cerca di uno spazio dove poter stare, facendone tensione verso il risveglio di cui abbisogna la mente.
                            Un carico esperienziale di triste autenticità insieme al coraggio di parlarne, probabilmente proprio perché necessario per affrontare la condizione del dolore: nella lirica “Fuori dalla palude” si sottolinea come i “vorticosi fallimenti” e il percorso su di una “strada sterrata” si chiudono alfine nella “improbabile prospettiva di incondizionata resa”.

                            Il primo filo che colgo è il bisogno d’amore, insieme alla presenza del dolore. È meglio avere amato e perso che non avere mai amato: una verità intensa che profondamente condivido e di cui individuo, come la maggior parte degli uomini, penso, i necessari contorni guardando me stessa e l’umanità che mi ritma intorno. Una verità che pervade l’intera silloge, attraversata da un inesorabile bisogno d’amore per sé e per gli altri. Amore negato, ascoso, malato, amore passione, amore desiderio, amore ossessione, amore tormento, sgomento, amore latitanza di certezze… ma com’è vero e necessario questo bisogno d’amore…
                            Daniela, mai spettatrice inerme nella proiezione di sé, fa dell’amore il perno della ricerca umana, quale unità cosmica da idealizzare, quasi comando ineludibile, a cui obbedire, anche se la “melodia di pensieri gemelli” e “la danza di note struggenti” solo di rado accompagnano, perché l’amore è spesso “eco lontana, inafferrabile”.
                            Sì, l’amore chiama lacrime e cammini impervi, ma nella corsa diacronica del tempo sa fermare momenti eterni, inesauribili, che sono tali proprio in prospettiva platonica: la percezione di “un unico respiro o il suono che giganteggia sull’inseguire di ombre e di tormenti” esiste proprio perché esiste l’inseguire: “ Vana l’attesa,/ma resisto./ Consapevole/ lotta impari,/ predestinato percorso/ verso l’eterno tormento” (da “Impervio cammino”), scrive Daniela. Sempre un dono, inatteso, atteso, tormentato, ma dono.
                            E non si tratta solo del suono protettivo della voce di un essere con cui dividere il pane compagno, ma anche, come in “Madre” di “Ricerca estenuante/ di calore negato./ Estrema forza per ripartire”, si tratta di calore che parte dal grembo natio, dalla tenerezza che scalda i muri di casa, dando quelle sicurezze di cui una creatura abbisogna.
                            Il sordo dolore manca di risposte: quando una “lieve melodia rotta dallo sconforto” chiama, la scrittrice annaspa, perché “La velocità del dolore/ è insuperabile”, ma la coscienza di alcune personali perdite affettive importanti non toglie a Daniela il valore intrinseco del mondo, l’attenzione per chi soffre, per i deboli…
                            E i due aspetti, apparentemente diversi, sembrano fondersi in un unicum affettivo: il suo bisogno d’amore da spendere in quella che è da ritenersi la vera umanità!
                            Amore e dolore corrono insieme quando “ormai tutto è assuefazione”, quando “immagini devastanti/ scuotono gli animi in un palpito”. Un dolore che non è solo personale ma anche dell’umanità: quello della sposa bambina, di coloro che non si possono permettere il salvagente per attraversare il mare, del freddo che tocca l’anima nei treni stracarichi di anime che vanno verso i campi di concentramento, dei bambini soldato derubati dall’anima, delle prostitute bambine, insomma di una umanità in ostaggio del male. Diversi testi diventano un grido di denuncia che già in sé hanno l’azione della coscienza collettiva che non può tacere. Nella posizione gerarchica dei valori, non è un caso che Daniela introduca esperienze di dolore collettivo reali e inconfondibili. A volte l’esilio di affetti importanti fa vedere chiaramente quello di cui c’è bisogno: una carezza al mondo, alla vita, a chi soffre.

                            Altro filo conduttore il senso del tempo. Che cos’è il tempo? È sicuramente qualcosa che si innesca al valore delle cose che determina.
                            “Il tempo scorre impietoso/ fra nostalgie e rimpianti/ di ciò che non è stato”. Tra le dimensioni temporali, nel “passato da evitare,/ nel presente da vivere,/ nel futuro da sperare” sempre la voglia di recuperare “briciole d’amore” ( da “Quel che resta”).
                            A volte prigioniera, Daniela insegue il tempo, si affanna per poi soggiacere alla clessidra inesorabile che, girata di continuo, trasforma la categoria temporale in una “corsa a ostacoli infinita”.
                            Ma il tempo diviene anche categoria di conoscenza critica. E tramite la critica avviene il passaggio alla resistenza non solo mentale, ma anche fisica. Non è acquiescenza allo stato di fatto, perché il tempo è strumento di verità assunta dal singolo che si rafforza nella voce degli altri, dell’umanità intera.
                            Nella “sabbia del tempo” che “scandisce/ il ritmo incolore dell’esistenza.” (da “Lampo infinito”), “anche lo spazio è privo di confini e “noi anime inadeguate mostriamo nudi i nostri limiti”. Ascoltando “i silenzi del tempo”, il suo pensiero annega in “mancate risposte”, ma è pur costretta a proseguire l’incerto cammino. E lei ne ha piena consapevolezza, concedendosi “spazi di respiro/ reconditi e preziosi” rifugiando le idee nel surreale. “interminabile attimo” che riconcilia (da “Attimo”).
                            Anche se il vuoto dilaga intorno, il tempo, benché fasciato, accade ed è nostro compito non sostare troppo nella tempesta. In questo senso la lettura temporale è un atto di coraggio perché solo “ gocce di tempo” sanno restituire anche “un furtivo sorriso. Monocromo, prezioso cameo/ di inusitata, fuggevole dolcezza” (da “Sipario strappato”).

                            Altra proiezione sempre presente è la ricerca dell’io nella forza e nella complessità del pensiero, una lezione da assorbire e condividere.
                            Nella lirica “La prigione” Daniela riassume in otto versi questo sentire. “L’anima, prigioniera del suo involucro/ si affanna, poi soffoca. Ma mette le ali/ quando si nutre/ di vita interiore/ Spazio che non è lusso/ ma scrigno di respiri in libertà”, libertà di uno spirito ribelle all’eccessivo materialismo del nostro tempo.
                            “Sipario aperto timida spaurita bambina,/ il mio paesaggio onirico,/nostalgico silenzio avverto”, sottolinea Daniela fin dai primi versi, nel suo bisogno di abbandonarsi al sogno, “Incanto, immaginazione, fertilità creativa… Speranza invoco” ( da Proiezioni interiori”).
                            A volte è costretta a indossare la maschera “nota sinossi”, ma è ancora l’illusione a regalare sorriso e pianto (da “La maschera”).
                            Sì, il mondo può essere una “palude di mediocrità”, dove si respirano venti di guerra, e lo scenario è egoismo dilagante padrone dei tempi, ma la sua domanda diventa pura retorica: come può l’uomo negare a se stesso “l’armonia delle emozioni?” . Daniela conosce bene la risposta: pensare e pensare, come dire conoscere!

                            La forza del pensiero naturalmente sfocia nella ricerca di libertà. E non si tratta di libertà asservita, falsa, ma della libertà sublime del pensiero. Anche se noi siamo “frenetiche particelle senza meta”, abbiamo qualcosa a cui affidarci: “Incanto, immaginazione, fertilità creativa./ Rinnovata forza impetuosa/dalle catene il pensiero libera”.
                            Solo così si può aprire un percorso di luce in grado di portare a nuovi orizzonti:“ Notte fonda per la cultura./ Inermi assistiamo/ al lento naufragare/ del pensiero./ Il regresso incalza, / febbrile, trascinante./ Come avida gazza,/ deruba la mente/ della luce di libertà” (“Naufragio”).
                            Solo il recupero della coscienza del sé, l’amore ed il rispetto per l’altro ci trasformano in gabbiani che “nel loro perpetuo vagare” danno respiro alla libertà “sorvolando l’ignavo qualunquismo” (da “Proiezioni interiori”).
                            In tale percorso interiore la strada della scrittura diventa assoluta libertà, in cui cullare chi scrive e chi legge, grazie ai granelli di naturalezza del messaggio e anche di fede che inconsapevolmente deposita nel procedere dei versi. I suoi travagli sono i nostri, la sua ricerca, il nostro andare quotidiano, il suo chiedersi le nostre domande sul mistero della vita. Come lei, il lettore diviene “sfrenata anima pensante” che il vuoto riconcilia, mentre “assordanti silenzi/ regalano quiete” (da “Arduo sperare”).
                            Bisogna ascoltare l’imperativo tenue di Daniela che campeggia nella brevità dei versi della lirica “Come un fiore”, che in modo particolare mi ha trascinato: “Apriti,/ come gerbera regala/ all’aria i petali suoi./ Liberati,/ dall’oppressione/ che incatena il pensiero./ Risvegliati,/ dall’abulia della mente.”

                            La trama fitta di tensioni si traduce in un parlare che non grida. L’esperienza del vivere rivisitata e presa tra le mani si dipana in parole misurate nella pagina, mai eccessive, sgorgate dalla capacità di penetrare il vissuto, la vita stessa. Si tratta di una poesia umanissima, caratterizzata da un dettato misurato e privo di qualsiasi esibizionismo, espresso in versi liberi, senza norme ritmiche perché il ritmo è tutto nella parola stessa dei versi, mai eccessivamente lunghi, stringati e densamente concettuosi, che a volte vengono a coincidere con una sola parola.
                            Non si tratta mai di parole smarrite, ma di un colloquiare quasi con le dimensioni dell’equilibrio interiore.
                            La lingua, che possiede un suo ritmo interno, procede attraverso levigatezze e aperture che sembrano ripercorrere il dramma di ogni uomo, attraverso l’alternarsi di momenti di rassegnazione, a volte speranza e relativa serenità.
                            Il suo scrivere versi diviene quasi liberazione leggera: un grumo di parole che si alleggerisce, che spinge per essere messo in fila, secondo un certo ordine, sul bianco di una pagina. Una prospettiva linguistica che diventa originale nella sua pacatezza.
                            Una padronanza linguistica che evidenzia continue e proficue letture, capaci di spaziare in molti ambiti, dal linguaggio letterario a quello giornalistico: per conoscere il linguaggio della poesia è necessario leggere e leggere tanto!
                            Il testo restituisce con la sua lettura un’idea di equilibrio e insieme di tensione: come stare su un filo con forza ed eleganza e non cadere. Accettare, eppure batterci, fare pace infine con la vita stessa. Così si lascia andare il dolore, senza necessariamente gridare.
                            Ovunque un ritmo ed una musicalità, che cadenzano una vera e propria riscrittura dell’anima, attraverso l’espressione di grande padronanza linguistica e letteraria: nella coabitazione naturale di questi due aspetti, padronanza linguistica e letteraria insieme allo spessore interiore, sta la bellezza di questa silloge a cui è giusto dedicare tutta l’attenzione possibile.

                              Valutazione 
                              25/07/2017

                              Recensione di Gavino Angius (scrittore, critico letterario, edit

                              SINESTESIE DELL’IO DI DANIELA CECCHINI
                              RECENSIONE A CURA DI GAVINO ANGIUS (SCRITTORE, CRITICO LETTERARIO, EDITOR)

                              In quest’Opera Prima di Daniela Cecchini l’io poetico campeggia sin dal titolo e Il lettore, avvertito, terrà in giusto conto quelle sinestesie annunciate che circondano e imbrigliano l’io, facendolo strumento sensibile e partecipe, ma fermo, d’ogni ripercussione dei segnali provenienti dal mondo, delle convergenze dei temi diversi che gravitano verso un denominatore unico e segreto. Temi non tutti frequentatissimi oggi, in questa raccolta: amorosi, familiari, e anche – giova sottolinearlo – etici e civili, sui quali ci soffermeremo a dire qualche parola più avanti.
                              Se autobiografia c’è, in questo libro, è perciò un’autobiografia plurale, con radici affondate salutarmente nell’humus delle cose, nelle vicende domestiche e planetarie della vita, negli affetti e negli orrori, resa nell’unico modo possibile e autentico, per chi oggi voglia scrivere poesia: un dettato severo, franto, di contrasti cercati, come ottenuto più dalla contrapposizione dialettica di tessere musive, che da una morbida e sfumata modulazione pittorica. La musica di questi versi, secondo un bel flusso prosodico, fra dolori e introspezioni, interrogativi esistenziali, spesso sullo sfondo di scenari naturali, ha infatti una strana tensione e sebbene nella poesia di Daniela Cecchini non si possano invocare parentele prossime e immediatamente riconoscibili, l’effetto – si badi bene: l’effetto, e non i mezzi – è quello solenne di un cantus firmus, appena sollevato da modulazioni tanto più preziose quanto meno attese,
                              L’io, dunque, perno e croce di ogni vocazione all’autobiografia, sarà anche la voce fondamentale di un coro ricco di altre risonanze, varietà ed equilibri di voci aperte e non facilmente udibili se non da un orecchio esercitato. L’io, quell’io, sarà il catalizzatore tematico, che si pronuncia per oracoli, tutt’altro che sibillini, semmai accecanti per chiarezza:
                              Dissimulazione in scena
                              sinossi già nota.
                              Quale maschera indosso?

                              degno ingresso
                              ultima replica (La maschera)

                              il mimetismo dei poeti, di quelli veri, è la loro maniera principe, l’unica possibile, forse, per essere altruisti, per dire l’altro, anche a costo di pagare un pegno esistenziale: dissimulare fermandosi al crocevia delle esperienze vitali, dove impulsi e conoscenza cercano una regola, sapendo che alla fine, quando il sipario è davvero calato e la maschera – uno strumento, uno fra i tanti possibili, da non innalzare a feticcio – è stata rimossa:
                              il vuoto mi riconcilia (Clessidra).
                              Mobile, in questo vuoto riconciliante, il poeta, e per lui l’occhio e la voce, si fanno inciampo per la memoria.
                              In un mondo in cui le recinzioni di filo spinato e i forni di Dachau sono un memento imbarazzante, una pagina da voltare precipitosamente a ogni anniversario, la pronuncia dimessa e scabra di Daniela Cecchini fruga nella cronaca per farne poesia, si spinge fino a provocare nella sua tana lo spirito del tempo, un’arte rimossa, questa.
                              Senza declamazioni o aggettivi superflui, come chi pronunci una diagnosi ovvia seppur da sempre ignorata, ma con un presago incupirsi della dizione che si fa concrezione musicale e snodo logico insieme, la poesia di Daniela Cecchini trova parole trasparenti per l’orrore di altre latitudini e culture, e allora l’elegia per le spose bambine assume caratteri di descrittività trasognata, ma l’effetto non è di filtro o edulcorazione:

                              Suggellata intesa,
                              patto di mano fra adulti e fieri sguardi:
                              struttura amorfa di personalità,
                              ali tarpate,
                              congenita eredità per noi bambine,
                              come fu per le madri nostre. (Distanti)
                              E la cadenza litanica, straniata, disegna robusti contrasti d’acquaforte. Fra le maschere del poeta, c’è quella delle bambine passate di mano in mano, dell’eredità senza colpa, del futuro cancellato nello stesso momento in cui viene scritto. In altre composizioni saranno le bambine soldato o il profugo annegato. Ne spunteranno altre, con tratti d’età e d’etnie diverse, e per tutte le poesia saprà dire a pieno titolo io sono questo. Individui senza nome e con tanti nomi, io, tu, voi, che si aggirano in territori non più simbolici, fra:

                              Case senza finestre
                              un dedalo d’implosioni (Non c’è via di fuga)
                              Poesia che cerca, non richiede complicità al lettore, ma una straniata scelta di campo, sollecitandolo con il velato pudore dei versi dedicati agli affetti familiari, o con la raffrenata ironia di una composizione come “L’incanto del Natale” che si consuma (o si liquida):
                              fra contumaci certezze
                              e venti di guerra.
                              Iconico scenario
                              dinanzi ai nostri occhi
                              velati di agevole indifferenza.

                              Non cercavamo parentele o affinità, non le troveremo, in questi versi, se non forse nelle torsioni ritmiche e astratte, nelle accensioni percussive o nelle improvvise, ma brevissime, schiarite coloristiche e tonali, di poeti ampiamente fuori corso oggi, e ai loro tempi, ai due estremi dello spettro, come Piera Oppezzo o il Gatto resistenziale.
                              A corollario, non sfugge come nel mondo poetico di Daniela Cecchini, l’amore-eros non goda di particolari preminenze ontologiche: è un accadimento fra gli altri, suscettibile di acquisire forma e spessore, così come di perderli in una cerimonialità sacrificale che ha cadenze di stupefazione quasi offesa. Quell’amore, che si vuole “pensoso” nella lirica eponima, mette fondo alle sue lusinghe di specchio deformante sotto un’impassibilità di sguardo che non è impassibilità dell’anima. Testimonianza, piuttosto, di spettatrice che nella poesia sa esporsi alla corrosione inevitabile:
                              Resto spettatrice inerme
                              del tuo ambiguo meccanismo,
                              che ti regala solo proiezioni del tuo essere,
                              niente più.
                              Nella folle malinconia
                              di chi insegue la sua ombra,
                              una forza interna, sconosciuta
                              e fortissima impartisce
                              ineludibili ordini. (Ossessione)

                              Questa la cifra definitiva dell’esile ma prezioso volumetto di Daniele Cecchini: la semplice, chiaroveggente apertura d’orizzonte d’un io messo in fermento dalle contese e dai doni, gravido di domande implicite e di immagini esemplari. Una su tutte, di pietas senza ostentazioni e senza confini:
                              Ordinate impronte
                              di ballerine bianche,
                              il loro singolare movimento rapita osservo.
                              Nel limo, in cerca di cibo,
                              la madre attenta le conforta. (Proiezioni interiori)

                              Il resto, o la storia, al di fuori di ogni facile retorica, siamo noi, al di qua o al di là della pagina, avvinti a un destino comune, dove la poesia, come quella di Daniela Cecchini, può offrire un poco di lume, difficile a spegnersi.

                                Valutazione 
                                25/07/2017

                                Recensione del prof. Nazario Pardini sul blog "Alla volta di Leu

                                giovedì 20 luglio 2017
                                N. PARDINI LEGGE: " SINESTESIE DELL'IO" DI DANIELA CECCHINI



                                Daniela Cecchini: Sinestesie dell’io. La Caravella Editrice. Segrate (MI). 2016. Pagg. 86. € 10,00

                                Anima, spirito, corpo.
                                L’anima, prigioniera del suo involucro
                                si affanna, poi soffoca.
                                Ma mette le ali
                                quando si nutre
                                di vita interiore.
                                Spazio che non è lusso
                                ma scrigno di respiri di libertà.

                                Prigione, anima, spazio, volo verso l’alto, oltre i limiti che la vita ci impone; oltre le ristrettezze del vivere. Illusioni, delusioni, sottrazioni, oniriche alcove, ritmi incolori dell’esistenza, vereconda ricerca di precaria felicità. Iniziare da questi versi significa andare da subito a fondo nel cuore della silloge; nel messaggio focale di uno spirito che è in cerca di un’isola di difficile approdo, dove le dimensioni umane si sfumano in lampi d’infinito; in viaggi improbabili; in disattese aspettative. Tutto sembra farsi illusione, sorrisi di pianto, inesauribile memoria, dove persino l’amore si fa gioco di ossimorici abbrivi: “… In fretta volto pagina,/ decido di non pensarti,/ ma le braccia mie/ vorrebbero accoglierti”. Un simbiotica fusione di luce e ombra che tanto sa di vita.
                                Sinestesia dell’io: tentativo di offrire all’anima, al respiro, alle palpitazioni, ad ogni vertigine sensoriale ed emotiva, i colori più vari dell’ontologica vicenda umana. Un io che si frantuma in mille sfumature per darsi ad una società non sempre egalitaria, non sempre disposta o disponibile a comprendere le esigenze di una realtà il più delle volte offesa dall’egoismo o dall’indifferenza. Insomma un viaggio fra gente e vicende di una poetica che attrae e convince per linearità strutturale, per tenuta metrica, per figure significanti ma soprattutto per una paradigmatica inclusione di significanza che gioca con effetti conturbanti sul nostro magma di viventi. Sì, un viaggio, un nostos, un nostoi; una navigazione su un mare zeppo di tranelli e di scogli appuntiti e aguzzi, su cui è facile perdere la rotta, perdere la visione di un faro che ci illumini; dacché il viaggio che noi ci riproponiamo in seno alle aporie di una convivenza difficile, è anche lo stesso che indirizziamo verso la luce del nostro esistere; della nostra coscienza; del nostro epigrammatico esilio in un mistero che ci avviluppa. Questo è il viaggio della Cecchini; la sua ardita immersione nei pelaghi dell’io. Dare soluzioni giuste e socialmente edificanti non è di certo difficile; lo è invece affrontare le questioni di una esistenza che ci vede qui invece che là; che ci vede in un mondo di estrema precarietà nei confronti di un tutto verso cui allunghiamo lo sguardo troppo effimero per le miopie terrene: i perché irrisolti e irrisolvibili: chi siamo? Cosa vogliamo? Quale il ruolo della nostra vicenda esistenziale? Quale la fine del nostro patrimonio memoriale? E il nostro rapporto col tempo? Con quella clessidra che fa scivolare i suoi granelli senza tenere di conto del nostro esser-ci? Tanti gli interrogativi che ci poniamo durante il viaggio e a cui difficile è dare una risposta, soprattutto quando ci misuriamo con l’infinito, noi piccoli esseri mortali. Questi gli scogli aguzzi della navigazione. Questo il nostro andare per un mare a volte in bonaccia, altre tormentato da venti che squassano le vele. Sì, possiamo continuare con ciò che rimane dopo avere sbattuto; magari con una tavola superstite, non del tutto danneggiata, nella speranza di incontrare quella luce che ci illumini durante il cammino. La Cecchini è fragile come ogni umano, è debole di fronte a una clessidra, di fronte al gioco dell’eterno su di lei cosciente della sua precarietà. Non c’è via di fuga:

                                casa senza finestre:
                                simulacro delle mie delusioni.
                                Nell’accecante buio brancolo,
                                via di fuga invano cerco.
                                Un dedalo di implosioni
                                dilanianti,
                                ma necessarie
                                per sperare nella luce.

                                Ma sa trovare i suoi convincimenti di fronte alle ingiustizie macroscopiche che si vede davanti. Lì c’è certezza; lì è necessario dare fuoco alle polveri; innervare la poesia di substantia; e tutto scorre ex abundantia cordis, da un’anima ricca di un patrimonio etico-civile che cerca una verbalità adeguata a dare corpo a tanto sentire: le parole si accavallano, si danno forza l’una l’altra, si impennano, si assiepano ora in iuncturae brevi e secche, ora in ampie cavalcate narrative per dire di Bambini tra macerie, di Diritto negato, di Innocenza venduta, di una Umanità ostaggio di male, di un Naufragio, di Un grido contro l’infibulazione, o di un Viaggio di sola andata. Qui il grido a volte acuto a volte contenuto della scrittrice risuona sulle coste; sulla bocca del porto che ha imboccato; risuona, fa eco, entra, sperando di fare breccia, di svegliare le anime pigre, le anime mute; il tonante silenzio ereditato “da chi nasce madre,/ come me…”:

                                Tonante silenzio di anime mute
                                sempre più forte avverto.
                                Lo stesso ereditato
                                da chi nasce madre,
                                come me.
                                Solo sfingei,
                                impenetrabili silenzi
                                di rassegnata rinuncia.
                                Celati intenti,
                                intima mia coscienza
                                di ricerca negata.
                                Coraggio che non ci appartiene,
                                per uccisa dignità. (Silenzio A tutte le donne private della libertà d’opinione)

                                Questa la poesia di Daniela: è zeppa di vita, di meditazioni, di tracce, di solitudini e incontri. Un insieme di sinestetiche inclusioni riflessive, dove il verbo, con tutta la sua estensione significante, dà sfogo alla schiettezza di un sentire forte e vitale. Scrive Pascal: “Cos'è un uomo nella Natura? Un nulla davanti all'infinito, un tutto davanti al nulla, qualcosa di mezzo tra il nulla e il tutto.”. Sono affermazioni che danno un quadro esatto della stesura poematica della Nostra. Della sua ricerca interiore, di quello che prova di fronte alla complessità del suo essere. D'altronde la vita è questa e sono pochi i margini che lascia per uscirne indenni. Gli input emotivi restano, si gonfiano, si moltiplicano dentro di noi generando malum vitae e perplessità. Ma è proprio dal serbatoio di tali emozioni che nasce il malinconico flusso di saudade, il terreno fertile della poesia; dalla ricerca incessante di noi stessi in viaggio verso “casa” «Dove siete diretti?» la domanda ai viandanti nello Heinrich von Ofterdingen (1798-1801), di Novalis. La risposta «Sempre verso casa»: il viaggio quale odissea, quale metafora della vita.

                                Nazario Pardini
                                10/07/2017

                                  Valutazione 
                                  25/07/2017

                                  Recansione di Rossella Frollà (psicologa, scrittrice)

                                  Sinestesie dell’io
                                  di Daniela Cecchini
                                  La Caravella Editrice, 2016

                                  Recensione a cura di Rossella Frollà

                                  «Notturna quiete» nell’«accidentato percorso/dell’universo», «Un dedalo di implosioni/dilanianti,/ma necessarie/per sperare nella luce». Questa è la «Casa senza finestre», lo spazio senza limiti che accoglie l’aria di festa e la lieve melodia rotta dallo sconforto. Anche quando sembra inutile sperare e senza piacere, come svampita e dissolta in un’aura, appare la parola che ha già consumato il passato e, nel riferire furtivi sorrisi, stringe la nostalgia di un’immagine in corsa. Come sempre incauto l’eco dei ricordi chiama una gioia improvvisa ma anche una prospettiva nebulosa, una danza esistenziale che riproduce le sinestesie giovanili. Da questa poetica si attingono la freschezza, il suono tenero dell’Amore che si ricompone in ogni cosa e si fa voce di qualche cosa d’altro nell’anima della parola. Ogni tempo è avventore trasparente che consuma attesa e desiderio, sempre più in fretta morde il quotidiano che dalla culla scorrazza libero. E nel buio più buio del vivere la vita si annuncia come un romanzo narrato. «Non c’è via di fuga» se non il «Viso della luna», non vi è compagna migliore alle risonanze dell’io e del mondo. Una dopo l’altra le azioni della vita si caricano sulle spalle senza mai finire l’opera in un minuscolo atto sotto il cielo, mai sotterraneo e si fa sogno poi aria, ombra e oblio destinate a parlare di se stesse fino alla prossima volta. Fino a che l’ansia di recuperare il giorno non torna:

                                  ​Era minuscola la mia mano
                                  stretta alla tua,
                                  che mi rassicurava
                                  in quel gelido mattino
                                  di sorprese.
                                  Nel fantasmagorico gioco
                                  di luci e magici tintinnii,
                                  piazza Navona
                                  apparve ai miei occhi d’oceano
                                  luogo incantato
                                  dove condividere
                                  l’emozione
                                  dell’inatteso dono.
                                  (La mia piccola mano, A mio padre)

                                  Il quotidiano non tradisce la pulsione corporale della parola che rende giustizia alla sua visibilità. Dalla vita di ogni giorno, dall’esperienza professionale partono emozioni invisibili e sentimenti vissuti sul campo e arrivano con immagini e figure e luoghi come nei quadri di Caravaggio dove la luce parte dal gesto e dai corpi per arrivare allo Spirito dell’evento, a quel poco distante da noi. Vi è in questo libro la carezza dei toni e le velature morbide e brillanti di un racconto genuino, onesto, con chiari tratti e atmosfere che si svelano improvvise e affidano l’io alla parola. Si animano i diversi volti del reale in una chiave interpretativa che interiorizza la luce dei più deboli, immigrati, donne e bambini, «occhi ingenui,/sofferenza taciuta». Lo sguardo è sugli occhi «che non riescono a mentire», sulle «Bambine soldato», su «Inconsapevoli sguardi» che raccontano di una oscura memoria appena sepolta. La carezza è alla solitudine che divide gli uni dagli altri,i molti dai pochi, i pochi dai «distanti»come non fossero germogli. Vi è nella parola una grazia di riferire il mondo che dà calore e forza per ripartire, una condizione trasparente delle rêveries che pare vogliano abbracciare il mondo.

                                    Valutazione 
                                    10/06/2017

                                    Recensione del prof. Domenico Pisana sul blog IN PUNTA DI LIBRO


                                    nn
                                    IN PUNTA DI LIBRO……di Domenico Pisana.
                                    “Sinestesie dell’io”: la raccolta di Daniela Cecchini tra poesia civile e tensione lirico-narrativa

                                    fonte: RADIORTM.IT

                                    Un poesia densa di motivi etici e poggiata su filamenti di forte sensibilità coscenziale è quella che Daniela Cecchini consegna ai suoi lettori con la silloge poetica “Sinestesie dell’io”, Editrice La Caravella 2016. Un libro che s’alza quasi al cielo come una sorta
                                    di canzoniere ove la versificazione, a metro libero, scaturisce dai meandri di un “Io” che evoca, ora con un piglio più discorsivo ora con accentuazioni di intensa liricità, scenari storici e problematiche civili che si raggomitolano dentro un verso che – come bene scrive Giorgio Linguaglossa – “sceglie la linea ‘elegiaca’ senza elegia”.
                                    Daniela Cecchini, in verità, è al suo esordio poetico; pur avendo avuto con la poesia, sin dall’infanzia, un rapporto vitale e di rilevante carica emotiva, e pur avendo dagli anni ’80 frequentato salotti culturali e movimenti letterari di una certa rilevanza, fra i quali l’ “Accademia V. Alfieri” di Firenze e l’Associazione “Lo specchio di Alice di Bologna” nonché collaborato con riviste letterarie, solo alla fine dello scorso anno ha deciso di dare alle stampe la sua prima raccolta, che si presenta con una resa connotativa correlata al “fenomeno di crescita tipico di ogni iter iniziale” come dice Montale, inevitabilmente legato alla “Gegenwart” di reminiscenze e di oscillazioni che pullulano in modo latente nella struttura delle liriche richiamando grandi temi di poesia civile, nonché idealità che si scontrano con quel “negativo del mondo esistente” di hegeliana memoria e che lasciano intravedere una piena e promettente maturità poetica.
                                    Nel titolo della silloge troviamo già le linee di movimento di un poetare che si fa spazio dentro un orizzonte complesso e problematico; la sinestesia, infatti, non è, nel caso della Cecchini, una semplice figura retorica funzionale alla stesura della sua versificazione, ma assume, come già nell’etimologia della parola (dal greco sýn “con, assieme” e aisthánomai “percepisco, comprendo”; quindi “percepisco assieme”) un valore quasi epistemologico, atteso che le poesie della raccolta affondano le radici nell’ “io so”, nell’ “io penso”, nell’ “io sono” e nell’ “io vivo” e in tutto l’ essere poetante dell’autrice.
                                    E’, dunque, dentro il coagulo delle sue percezioni interiori, messe insieme ex toto corde, ex tota mente, ex totis viribus, che la poetessa si abbandona al sogno come “unico rifugio possibile” e che apre il suo sipario, quello dell’anima, per ritrovare “Incanto, immaginazione, fertilità creativa”, per disegnare il suo “paesaggio onirico” e “Sereni colori di una veloce alba”, per “respirare libertà /sorvolando l’ignaro qualunquismo”(Proiezioni interiori”)
                                    Si tratta di immagini e di visioni che vanno oltre la retorica di un intimismo e psicologismo fini a se stessi, ma che, invece, assumono il reale e il divenire storico e che decifrano la vita ponendola in relazione con i personali flussi di coscienza dell’autrice, coscienza che appare descritta come “sipario strappato” ove “la velocità del dolore è insuperabile”, e che il tempo insegue “nell’infinita corsa ad ostacoli” facendo riverberare intensamente il suo grido: “Annaspo confusamente, / prospettiva nebulosa, / solo note malinconiche mi chiamano.”(“Arduo sperare”).
                                    La dilatazione delle percezioni sensitive, uditive ed immaginative di Daniela Cecchini sa interpretare aspetti universali dell’anima umana, ricorrendo ad efficaci metafore come la prigione ( “L’anima, prigioniera del suo involucro / si affanna, poi soffoca. / Ma mette le ali / quando si nutre / di vita interiore…”); ed ancora il viaggio (“…Viaggio improbabile / il nostro…” “Nello spazio privo di confini, / noi, anime inadeguate , / mostriamo nudi i nostri limiti…” “ …Ma la coscienza dei mutamenti / del tempo / mi obbliga, comunque, a proseguire / l’incerto cammino” , in “Lampo infinito”) e, infine, la maschera (“…Quale maschera indosso? / Mille facce posso scegliere, / cerco invano la mia…”( “La maschera”).
                                    Tutta la prima sezione del volume è bene sintetizzata nella scelta, da parte della poetessa, della citazione di un pensiero di Seneca riportato in epigrafe, (“Magis gauderes quod habueras, quam moereres quod amiseras”), che è esplicativo non tanto di una poetica, – ancora presto per essere delineata trattandosi della silloge di esordio- , ma di una “ratio di fondo” della poesia della Cecchini che si sostanzia in quelle forte percezioni interiori che anelano alla bellezza dell’amore, atteso che – come dice Seneca – “E’ meglio avere amato e perso che non avere mai amato”( “…Mille volti della disillusione: amore negato / amore ascoso / amore malato…”, in “Impervio cammino”.)
                                    Tutte le “sinestesie dell’io” di Daniela Cecchini non sono altro che attimi di scavo interiore, di introspezione che brucia le ferite del cuore, di ricerca di nuove esperienze, di coagulo di domande a cui la poetessa cerca di dare risposta, di narrazione dei suoi stati d’animo attraversati ora dal buio ora dalla luce, ora da visioni ora da sogni, ora rimescolati attraverso i filmati della memoria che diventano ponte di ricongiungimento tra passato e presente, tra eventi personali e fatti sociali, incontri e scontri, illusioni e disillusioni, gioie e dolori, ricordi e aspirazioni, fragilità e debolezze, smarrimento e speranza.
                                    La seconda parte della raccolta si dispiega come voce di canto di poesia civile che tocca tematiche riguardanti la violazione dei diritti umani, le spose bambine, i crimini contro l’umanità, i bambini soldati, la prostituzione minorile nei paesi vittime di guerre civili, l’olocausto degli ebrei, riti di culture religiose come l’infibulazione, le vittime di naufragi. Dentro questo scenario di male, la poetessa riprende, in fondo, problematiche già ampiamente al centro di tanta produzione poetica contemporanea, ma ella riesce a ricondurle nella direzione di interrogativi che vanno oltre il rischio della descrizione retorica.
                                    Molte delle sue poesie di denuncia riescono ad avere esiti apprezzabili perché cercano di non eludere le responsabilità sia individuali che sociali di coloro che la poetessa etichetta come idioti: “Scomoda la memoria / per gli idioti / che si fingono invulnerabili / al perenne dolore / della rievocazione…” “…Scomoda la memoria / per gli idioti / convinti della loro vana immunità”.
                                    Ci sono domande esistenziali molto forti dentro l’universo poetico della Cecchini, domande che cercano la verità non all’esterno ma all’interno dell’uomo; questo spiega l’epigrafe che campeggia nella seconda parte della silloge e tratta da S. Agostino: “Noli foras ire, in te ipsum redi, in interiore homine habitat veritas”.
                                    Ma che cos’è la verità per la poetessa? Le poesie di questa silloge indagano questa domanda fondamentale e sembrano rispondere affermando che la verità deve fare riferimento non tanto a ciò che è da “conoscersi”, da “dirsi” o da pensare, ma a “ciò che è da farsi”, da “praticare” nel tessuto della storia umana, quasi nell’ accezione greca di “aletheia” , che significa svelamento, chiarificazione.
                                    Insomma, la poetessa sembra dirci che la ricerca della verità accompagna quotidianamente il cammino dell’uomo; non solo, lo rende difficile, lo complica creando anche divisioni, conflitti, dubbi, ma occorre non fermarsi.
                                    “Sogno un futuro migliore / devo rischiare…”: così afferma in un verso Daniela Cecchini, e questo futuro dove il male, il crimine, la morte possono cessare di trionfare, non può essere dato da una “verità mitica” tipo quella presente nelle tragedie di Eschilo, Sofocle, Euripide dove sono gli dei che decidono arbitrariamente le regole e le norme alle quali l’uomo deve conformarsi, pena la sua rovina; non può essere dato dalla “verità retorica” in base alla quale chi usa meglio le parole, chi convince il maggior numero di persone possiede e dice la verità, né da una “verità filosofica” in base alla quale sono le regole oggettive, logiche e linguistiche a definire che cosa è la verità, né da una “verità scientifica”, in base alla quale è la scienza a costituirsi come chiave totale di interpretazione della realtà, negando ogni spazio al mistero e pretendendo di giungere alla conoscenza di tutti i fenomeni e alla loro spiegazione.
                                    Citando S. Agostino, la poetessa sembra affermare che la verità è un’altra cosa, non è un sistema di conoscenze ( “Notte fonda per la cultura. / inermi assistiamo / al lento naufragare / del pensiero…”) né di norme imposte dall’esterno, né un’ideologia o uno stato intellettuale, ma un accadimento, un evento, un fatto: “nutrirsi di vita interiore”, perché è nell’interiorità del cuore che abita la verità, quell’interiorità spirituale che non è un oggetto di cui si possa disporre per stare sopra gli altri, un formulario di dottrine da imporre; e la poesia è abitata dalla verità ed protesa alla ricerca della verità, e nessuna concezione storicistica, nichilistica, scientistica, relativistica dell’uomo e della storia potrà mai eliminarla: resisterà al tempo, direbbe Montale.
                                    E’ alla luce di questi orizzonti che occorre dunque leggere le poesie di Daniela Cecchini, la quale riesce a comunicare e a coinvolgere, a librarsi verso il cielo, ad aprirsi alla contemplazione e a percepire il battito del cuore umano; al di là, poi, dei dati semantici, formali, stilistici e linguistici, che dovranno nel tempo affinarsi ed evitare di cedere a prosodie descrittive, ciò che piace di questa raccolta poetica è la sua forza propulsiva in ordine all’indagine dell’esistenza umana ad intra e ad extra, nonché quel bisogno dell’autrice di non rassegnarsi a lottare perché all’orizzonte possano comparire “Sereni colori di una veloce alba…” , quasi in sintonia con quanto scriveva Hegel: “lo stato dell’uomo che il tempo ha cacciato in un mondo interiore, può essere soltanto una morte perpetua, se egli in esso si vuol mantenere, o, se la natura lo spinge alla vita, non può essere che un anelito a superare il negativo del mondo esistente, per potersi trovare e godere in esso, per poter vivere”.
                                    E la poesia di Daniela Cecchini vuole tentare di reagire all’amara polifonia di sensazioni che “le sinestesie dell’ io” le provocano nell’anima, opponendosi al “negativo del mondo esistente”, al qualunquismo, alla rassegnazione e a quel “Fatalismo / dominatore indiscusso / dell’umana indifferenza”.

                                      Valutazione 
                                      10/06/2017

                                      Recensione di Patrizia Stefanelli sul blog Alla volta di Leucate

                                      mercoledì 7 giugno 2017
                                      PATRIZIA STEFANELLI LEGGE: "SINESTESIE DELL'IO" DI DANIELA CECCHINI







                                      Daniela Cacchini





                                      Patrizia Stefanelli,
                                      collaboratrice di Lèucad
                                      Quanto conta ciò che "sentiamo"? Tanto. Questa la risposta che mi sovviene dal titolo della poesia Proiezioni interiori che apre la silloge "Sinestesie dell'io". Questo è ciò che conta davvero. A dispetto di una realtà marginale e spesso poco obiettiva in quanto dipendente dal punto di vista, la proiezione interiore è capace di portarci ovunque. Lo spazio metafisico è il locus mobilis in cui l'io si converte all'esser-ci. In noi, fuori di noi, intorno a noi, prima o dopo, attraverso una forma che potrei concepire cubista. La corporeità del sentire si sveste, attraverso la proiezione interiore, del velo che ricopre ogni realtà liberandola dalle catene del pensiero cosciente. Attraverso una sintassi che procede perlopiù per asindeto, il frammento sembra animare la poesia di Daniela Cecchini, s’inanella armonicamente al testo attraverso versi brevi in cui il tempo è scandito dalla punteggiatura. Il tempo, per Daniela è Arduo sperare. Nel percorso travagliato della vita, l'anima cerca l'oblio della riconciliazione che nel vuoto (mancanza di qualcosa e non il niente), trova di che dissetarsi come a una fonte da cui sgorga memoria che si fa spirito di solenne melodia. Spesso il tempo, tanto amato da filosofi, scienziati e poeti è quello del disincanto, limite dal quale è possibile uscire soltanto per pochi attimi, flash di eterna dolcezza. Impossibile fermare il tempo del dolore distillato da una Clessidra poiché, dice la Nostra poetessa, La velocità del dolore/ è insuperabile.
                                      Sipario-confine, rami intersecati – prigione, in Sipario strappato, poesia in cui un verso recita: Traccia di fertili pensieri cancella. "Cancella": la parola qui diventa superba e mi entusiasma una lettura così ampia nel significato. I pochi versi, non so se per intenzione e ragionamento profondo, o per vivida ispirazione e trascendentale respiro, riescono, dopo un claustrofobico andamento, a volgere verso un climax gioioso trovando un cammeo di salvezza. Accompagna la lirica, un’opera materica di Massimo Patroni Griffi che la accende nella giusta prospettiva.
                                      Un turbinare di pensieri fa vibrare le corde poetiche di Daniela Cecchini e quanto somigliano al vento! Nel loro avvicendarsi emulano il suo gioco tra i capelli. Vento e pensieri: forze spesso ingovernabili per natura. Il pensiero emozionale sfugge alla ratio, come il vento cresce e decresce, si fa brezza, palpabile carezza o schiaffo. La poesia della Nostra è asciutta, priva di fronzoli e retorica, ferma eppure pronta a mirabili voli. La ricerca sembra sempre la stessa: uscire dalla palude, dalla prigione che l'anima incatena così come gerbera regala/all'aria i suoi petali. (Come un fiore). La propulsione al viaggio da compiere sorge da dentro poiché è dallo scrigno in cui tutto di noi è racchiuso, soprattutto il dolore, che viene la libertà. Eppure, non ci resta che indossare una maschera a coprire quel dolore, una tragica grottesca maschera che dissimuli il pianto in riso mentre Traccia indelebile dimora nell'anima (La maschera) poiché Quel che resta è prezioso.




                                      Quel che resta

                                      Il tempo scorre impietoso,
                                      Fra nostalgie e rimpianti
                                      di ciò che non è stato.
                                      Attimi, respiri
                                      per riscattare, recuperare
                                      briciole d'amore,
                                      ora che ogni riserva è stata sciolta.
                                      Tra le dimensioni temporali:
                                      passato da evitare
                                      presente, da vivere
                                      futuro, per sperare di gioire.
                                      Quel che resta è prezioso.



                                      E' prezioso il sogno, lasciarsi trasportare da esso, da una musica d'amore perfino idealizzato, possibile fonte di illusione. In Ti respiro, la melodia si fa lieve nell'implosione di pensieri che si rende ancora necessaria in Non c'è via di fuga poiché sembra essere l'unica via per sperare nella luce. In una luce d'alba si eterna la meraviglia di una Venezia che si risveglia dal carnevale della vita: Finito il carnevale, / tornano i volti nudi/ a mostrare le loro verità, / Venezia, lirica e surreale, / sia l'eterna meraviglia. Il giorno delle ceneri svela i volti, duri, insieme ai ricordi, portati dall'orologio della memoria. Eterna meraviglia- a mia madre) . " Non uscire da te stesso, rientra in te: nell'intimo dell'uomo risiede la verità."
                                      Il monito di S. Agostino, che apre la seconda parte del libro, unisce filosofia e spiritualità nella conoscenza di sé. Attraverso tale conoscenza "amerai il tuo prossimo come te stesso " (mi sovviene il levitico 19,18) e la silloge si fa di più ampio respiro. Il pensiero va ancora alla figura della madre: Nulla più della tua tenerezza/ guida rassicura e conforta (Madre) dedicata ai bambini ingiustamente trascurati; alle spose bambine il cui destino è segnato da sentimenti soffocati e alle bambine soldato Invisibili al mondo... come le stesse guerre; alle bambine vittime di infibulazione, cruenta mutilazione degli organi sessuali ancora in uso in molti paesi arabi. E' di questi giorni la notizia di Zanabou e Oumoh, rispettivamente madre e figlia che, dopo quattro mesi, si sono ritrovate in Sicilia. Zanabou era fuggita con la bambina, dalla Costa d'Avorio, per evitarle il macabro rito e ce l'ha fatta, rischiando la vita. Bambini, Vestiti da grandi, ci dice la poetessa, ma gli occhi non possono mentire, il loro sguardo è ingenuo. Quello di Daniela è uno sguardo ampiamente umanitario ma anche giornalistico. I fatti, ci dice, mostrano bambini giocare tra le macerie, tra i liquami di una società corrotta: L'aria, pervasa di orrore, / sembra non sfiorarli. / Così sembra. Già, sembra, poiché l'innocenza brama la vita. Dirompente è la lirica che ci parla della speranza di un migrante, per il sogno di una vita migliore legata al costo di un salvagente: cento dollari in più. Troppi per poter vivere. Crimini contro l'umanità trovano la dura voce della Nostra in "La memoria": Idioti, definisce coloro che non vogliono rievocare il dolore dei tanti esodi e delle uccisioni di milioni di esseri umani. Scomoda la memoria/per gli idioti/ convinti della loro vana immunità. A Malala Yousafzai dedica una poesia densa di afflato e dignità. Malala ha combattuto e combatte per il diritto all'istruzione delle donne e questo lo fa dall'età di undici anni, in Pakistan. Ha subito un attentato alla quale è sopravvissuta e ha ricevuto nel 2014 a soli sedici anni, il Nobel per la pace: Non oso concepire/ un universo espropriato/ dell'armonia del conoscere: linfa vitale per l'intelletto. Diritto negato)
                                      Amo chiudere la mia lettura di "Sinestesie dell'io", un bel volumetto arricchito dalle opere artistiche di: A. Ciarallo, A. Cortese, M.Gabbana,M. P. Griffi, A. Zulla e M. Zulla,con questi versi incisivi di Daniela Cecchini ai quali accosto il messaggio di Seneca: "Nessuna conoscenza, se pur eccellente e salutare, mi darà gioia se la apprenderò per me solo. Se mi si concedesse la sapienza con questa limitazione, di tenerla chiusa in me, rinunciando a diffonderla, la rifiuterei."

                                      Patrizia Stefanelli



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                                        Un toccante viaggio a ritroso nella propria anima pensante, alla ricerca di un’intima coscienza, che non può tacere.

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